Una mattina a Baghdad - Magazine

Attualità Magazine Lunedì 4 agosto 2003

Una mattina a Baghdad

Magazine - Il dopoguerra. Il dopo-Saddam. Ma come è cambiata Baghdad? Su mentelocale.it ha inizio con oggi una serie di racconti dedicati alla città irachena. Mauro Casaccia, ventisettenne savonese laureato in Scienze della Comunicazione, è a Bagdad perché rifiuta «la normalizzazione di guerre e morte, ma anche per affermare il diritto di indignarsi, sempre più anestetizzato. Per proseguire un progetto di informazione che ponga al suo centro, semplicemente, le persone e le loro storie. Per provare a raccogliere le voci di quelli che, nel sistema informativo globale, non hanno voce».


“L’Egitto scrive, il Libano stampa, l’Iraq legge”. Così recita un proverbio iracheno che al mercato dei libri di Baghdad trova conferma, almeno per l’ultima parte.
Nella socialità di Al Mutanabi, diversamente da quanto accade in altre zone della capitale, sembra non essere cambiato nulla dai tempi precedenti alla guerra; nulla, se non per la drastica diminuzione dei testi su Saddam, la comparsa delle trascrizioni dei testi di Khomeini, vendute in mezzo alle copie dell’Herald Tribune, e la moltiplicazione dei libri su Alì, nipote del Profeta, nell’iconografia incredibilmente somigliante a Khabir Bedi.

Niente sembra cambiato nell’affollamento, nel movimento, nelle chiacchiere, nei bambini che chiedono una sura, una fotografia, nella gente che sosta per chiederti la provenienza e il nome per raccontarti, magari in soli trenta secondi, qualcosa di se’ stessi. Cosi’, per curiosita’ e convivialita’. E’ normale fermarsi per contrattare con un venditore, per assistere a una discussione, per fare due parole con chi non si conosce.
In questo modo si incontrano persone come Ali Abdullah, padrone di una ditta di macchinari per fare gelati che ambisce a commerciare con l’Italia, il quale con molta semplicita’ spiega la grande contraddizione vissuta oggi dalla maggior parte degli iracheni: «Cosa e’ cambiato adesso? Tutto, ora Saddam e’ andato». Ma alla domanda di come sia la situazione odierna, Ali risponde con un’altra totalità: «Difficile, pericolosa, manca tutto, soprattutto cibo, lavoro e sicurezza».

Al Mutanabi e’ luogo di contatto, di comunicazione, anche fra culture diverse, che dialogano attraverso le pagine dei libri o le parole dei passanti. Ma nella Baghdad post-guerra, o meglio nella Baghdad ancora in guerra, rischia di restare un’isola spersa in una citta’ in cui regna un’atmosfera di ben altro tenore.
Con il pulmino guidato da Mohamed ci spostiamo ad Al Khadhimiyya, la grande moschea sciita, l’unico posto dove a febbraio avevo trovato un seme di ostilità nella gente della capitale. Un ragazzo mi si era avvicinato mentre parlavo con tre ragazze e la loro madre nell’ampio e affollatissimo cortile interno, punto di incontro dove le famiglie, nei giorni di festa, vanno a mangiare e a trascorrere il tempo dicendomi, in un inglese stentato, che lì era facile entrare, più difficile uscire.

Sono passati soltanto pochi mesi da allora, ma ora c’è un conflitto di mezzo e la situazione e’ ben diversa. Anche entrare e’ difficile, cosa che abbiamo scoperto più tardi insieme al pericolo che la laicità corre in Iraq.
Prima di arrivare ad Al Khadhimiyya transitiamo in strade che portano in modo drammaticamente evidente i segni dei bombardamenti, come nel caso della centrale delle comunicazioni, o meglio di ciò che ne resta: un groviglio intricato di fili metallici incastrati nelle macerie.
La presenza americana e’ limitata, o comunque poco visibile. Fino a questa mattina non avevo ancora avuto incontri ravvicinati con i marines, se si eccettua la spiacevole sensazione di avere un mitragliatore puntato addosso, provata camminando in piazza Paradiso, quella dello sketch mediatico con protagonisti la statua di Saddam e la bandiera a stelle e strisce; girandomi, con il tesserino che indica il previlegio di essere internazionali in bella vista, verso i militari appostati nei pressi dell’Hotel Palestine il riflesso del sole incandescente del primo pomeriggio di Baghdad mi ha rivelato di non essere seguito esclusivamente dal loro sguardo.

Percorriamo la rotonda di una piccola piazza e il pulmino sfila a fianco di una trincea che protegge un blindato USA; Giovanni e Franco stanno filmando e i soldati se ne accorgono. Il tempo di voltarmi e un marine già si è lanciato fuori imbracciando il fucile e intimando l’alt.
Ci fermiamo nel traffico, mentre il blindato punta il cannone nella nostra direzione. Due militari sopraggiungono e un altro va a deviare le auto; ci fanno accostare in retromarcia, impartendo gli ordini in modo estremamente aggressivo. Vogliono le due videocamere, non si possono filmare i militari.

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