Magazine Venerdì 1 agosto 2003

Aria collezionata, parte III



Per non pensare poi alle combinazioni. Il mio vicino, quella notte, s’era sparato l’aria di Amsterdam, solo che l’acchiappa-aria l’aveva raccolta in una lattina trovata a Roma dietro piazza S.Pietro, ma prodotta a Città del Messico. Gli effetti sulla sua psiche furono deleteri.
Le arie di tutte le città del mondo ormai si erano mescolate irreversibilmente. Quella notte i serbatoi, durante il black-out, erano rimasti aperti e avevano riversato il loro contenuto ovunque. Non c’era un luogo in cui potevi respirare e sentirti a casa, tutti cominciarono a soffrirne, ad impazzire. Tornare a casa, andare al lavoro, divenne una tortura.
Era impossibile trovare una soluzione a breve perché tutti avevano dimenticato com’era l’aria della propria città e rifiutavano di abituarsi a vivere negli odori che loro stessi producevano.

Per fortuna, dicevano gli esperti, l’olfatto nell’Homo Sapiens Sapiens (al quadrato), è uno dei sensi meno sviluppati. Non è potente come quello dei cani e neppure paragonabile a quello del più piccolo degli animali sulla terra. Sono ben altri i sensi che contano nel ventunesimo secolo.
Abbiamo cominciato a perdere l’olfatto, non appena abbiamo smesso di cacciare e ora non ci serve praticamente più.
E tra solo 20 mila anni, dicono, non distingueremo più gli odori. La rosa dal merluzzo, il pecorino dal Parmigiano, Roma da Bolzaneto, le acciaierie di Cornigliano dal massiccio del Monte Rosa.

Giacomo Revelli

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