Magazine Venerdì 1 agosto 2003

Aria collezionata, parte II



Da quel momento i collezionatori d’aria invasero il mercato. Tutti correvano ad installarli, dapprima le grandi aziende, poi gli uffici anche più piccoli, poi pure dal panettiere o dal pescivendolo poteva capitare di sentirti a Bangkok o ad Acapulco, mentre compravi uno sfilatino o un chilo di acciughe.

C’era un bar in periferia che, forse per attirare una certa clientela, s’era fatto installare un collezionatore con l’aria di Las Vegas. Tutti lì dentro presero a scommettere su qualsiasi cosa, giocavano d’azzardo, scazzottavano e alzavano le gonne alle cameriere. Spesso ci scappava il morto, ma nessuno ci faceva caso, proprio come a Las Vegas, iuèsssei.
Al Buffalo Soldier invece, più in centro, potevi gustarti l’aria della Jamaica. Il proprietario, noto rasta, s’era fatto montare l’aria di Kingston, così densa di fumo di ganja da impregnare i muri. Bastava entrare al Buffalo per dire ehi! Fratello! Al primo che ti capitava davanti.

Dolomiti, Alto Adige, Lampedusa, Siena e Val D’Aosta erano le arie più richieste in Italia. Ci fu, però, il caso di una banca che riuscì ad aumentare i propri clienti usando l’aria di Napoli. Chissà perché. Dissero che facilitava gli scambi e i pagamenti in contanti.
Tutte queste correnti d’aria necessitarono poi di una nuova figura professionale, l’acchiappa-aria o Wind-Scout, come presto si fecero chiamare. Erano persone molto fortunate, andavano nei posti più belli del mondo con arbanelle, palloncini, lattine vuote di Coca Cola per riempirle dell’aria di quel luogo. Una volta catturatala subito richiudevano il contenitore e vi mettevano su l’etichetta appropriata. Poi la vendevano a fior di quattrini alle ditte che riempivano i serbatoi. Era diventato anche un buon modo di pagarsi le vacanze: conosco uno che ci si pagò una vacanza alle Bahamas.

Certo, bisognava anche stare attenti alle fregature. Alle Poste Centrali una volta arrivò una partita d’aria di Porto Marghera truccata da aria di Venezia e ci furono parecchi intossicati. Tutto perché il Wind-Scout di turno aveva aperto il barattolo qualche chilometro prima.
Poi una notte, all’improvviso, successe il patatrak. Era una notte d’estate, di quelle che metti il cuscino nel freezer per riuscire a dormire e in cui solo i gatti hanno voglia di fare l’amore.
I collezionatori d’aria giravano a meraviglia, a pieno regime. Ebbene sì. Tutti, proprio tutti avevano un benedetto collezionatore installato a casa o in ufficio. Nessuno si rassegnava a spegnerlo, anzi, lasciarlo acceso era il must, la moda del momento. Tutti i balconi erano chiusi, dato non c’era più bisogno di aprirli.

Verso le 3 di mattina ci fu un black-out, la città restò completamente al buio. A chi guardava un film porno alla TV massaggiato dall’aria della Thailandia si gelò il respiro a Ulan-Bator. A chi dormiva sotto gli alberi di cocco dei Carabi arrivò una ventata di smog da Ronco Bilaccio. Se prima avevi le Dolomiti in camera da letto, di colpo ti arrivava l’aria del mercato del pesce di Vladivostok. Che era successo? Perché soltanto a causa di quel quarto d’ora in cui era mancata la corrente nella notte tutti rinunciarono per sempre ai collezionatori d’aria?
Ve lo spiego subito. A forza di collezionarle, le arie del mondo non erano più le stesse. Cioè, se pure l’intrepido Wind-Scout raccoglieva l’aria caliente di Barcellona, in fondo alla lattina essa si mischiava con il residuo dell’aria ospitata lì precedentemente, che magari era di una fonderia di Manchester. L’insieme formava un cocktail spesso pericolosissimo.

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