Magazine Venerdì 1 agosto 2003

Aria collezionata

Magazine - Una volta l’aria della città e l’aria nelle case della gente erano l’una dentro l’altra, quasi la stessa cosa. Sì, beh, la mia vicina di casa aveva la mania di cucinare sempre minestrone ed entrare in casa sua era un po’come perdersi nella Valle degli Orti Findus, ma sempre, alla fine, il mio naso riusciva a scorgere un pertugio, un angolo, un sottoscala in cui c’era l’odore della mia città.

Una città non è soltanto quel grande ammasso di condomini, monumenti, piazze, cimiteri, chiese, municipi; cioè non esiste soltanto quello che vediamo di una città, ma anche quello che odoriamo di lei. Ogni città ha la sua aria, i suoi odori, suoi caratteristici al pari dei monumenti e degli scorci, solo che quelli finiscono più facilmente sulle cartoline e gli odori, invece, restano incollati ai luoghi che li hanno prodotti. Nessuno finora ha mai pensato alle cartoline olfattive, odorama e non panorama, chissà, sarebbe un’idea.
Esempio. Prendete Torino. C’ho abitato due anni e ricordo bene la sua aria pettinata dalle Alpi, sottile e delicatissima, guai a toccarla, si sgualcisce al primo respiro. Passa per Corso Unione Sovietica, segue le vie fino in centro, passeggia per quei vialoni come una donna elegante, un po’ altera, poca confidenza ai pochi passanti, il collo lungo e affusolato, insaporisce le castagne arrostite, nell’autunno dei portici di via Po.

E Milano. A Milano l’aria non ha il tempo di riposarsi. Perché tutti la muovono. Fa appena in tempo a sbucare fuori dal metrò a Sant’Agostino che già deve correre a San Babila e poi su in Corso Sempione. Entra, esce, caffè, banche, uffici, supermercati, oh, che fatica, mia bela Madunina. Quando arrivi a casa e respiri, t’accorgi che è passato un altro mese e domani devi pagare l’affitto.

E ora Genova. D’estate l’aria di mare, di pietre vecchie e di piscio nei vicoli ti insegue dappertutto, non sai come togliertela di dosso. E’ un sapore acre, dolcenero, di scavo, polvere da fondaco, forfora dei secoli. E il vento, il vento mugugna, lo sa che potrebbe essere meglio andare a prendere un po’ di aria buona ai Giovi o nelle Langhe, ma non fa mai niente perché continua a girare sempre nei soliti scantinati, a ratellare con l’aria vecchia dei portoni di legno marcio e con quella stantia degli abbaini. Nessuno ascolta l’aria nuova che soffia dai tromboni delle navi in arrivo, ma, in fondo, chi è che vuole cambiare aria, che qui si sta bene così, che quando ci si prova arrivano le bufere e allora son palanche.

Così è stato per molto tempo. L’aria di un uomo era quella della sua città, se la portava dietro come uno strano colore dell’iride oppure un accento, un dialetto.
Ma da un po’ di tempo le cose son cambiate. Oggi ormai ce l’avevano tutti. In casa o no, in ufficio, al bar, dal parrucchiere o dal panettiere, era impossibile sfuggire all’aria collezionata. No, non si tratta di un errore di battitura, non questa volta. Avete letto bene: aria collezionata. Era la nuova moda, l’ultima tendenza dell’home wellness, l’optional più estremo e gratificante cui la mente di ingegneri, scienziati e businnessman avesse mai pensato, l’ultima frontiera della globalizzazione, la glob-ari-zzazione.

Il principio era molto semplice: via gli obsoleti condizionatori d’aria e vai con i collezionatori, sempre d’aria naturalmente. Qualcuno finalmente l’aveva pensata giusta. Perché “condizionare” l’aria? Sì, passando dentro ventole e serpentine essa si sarebbe rinfrescata e seccata per poi essere sparata nei nostri torridi ambienti e renderli così più comfortable. Alla fine, però, non c’è dubbio, essa tornava sempre la stessa vecchia aria della solita vecchia città.
E allora ecco la soluzione geniale. Perché non usare arie di altre città? Perché non usare arie di luoghi diversi, magari famosi nel mondo per la loro salubrità, per il benessere, per lo stile di vita che vi si conduce.
L’idea era buona, ma andava sperimentata. I tecnici alla fine scelsero un piccolo tabacchino nel centro di Genova. Quale miglior cavia per un esperimento del genere di un tabacchi sempre affollato con due tizi dentro, marito e moglie, sempre con il coltello tra i denti e in cui una carta da 50 per un pacchetto di chewingum poteva costarti la vita?

E funzionò. All’insaputa dei proprietari e dei clienti un torrido giorno di luglio vi venne pompata aria prelevata da un piccolo monastero tibetano sull’Himalaya. Sembrava incredibile, ma io stesso quel giorno riuscii a far cambiare 100 sacchi per un francobollo. Ohm, Mani Padme Ohm, mi dissero, aprendomi gentilmente la porta.

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