Concerti Magazine Martedì 29 luglio 2003

Patti, fortissimamente Patti

Magazine - Si è chiusa col botto, domenica 27 luglio, Just Like a Woman. Tributo alla Regine della Musica al Porto Antico. E che botto…Patti Smith irrompe in una serata calda come ormai d’abitudine di questi tempi, a tener alta l’attenzione e deste le coscienze sui grandi problemi del pianeta.
Solo i capelli ingrigiti e il viso, se possibile, ancora più ossuto, fanno capire che la vita non è stata, per lei, tutta rose e fiori. La scomparsa del marito Fred “Sonic” Smith, eccelso musicista con il seminale gruppo degli MC5 e poi in proprio, con cui ha avuto due figli, e del fratello, stroncati entrambi da attacchi cardiaci. E poi una carriera tormentata con due abbandoni e due ritorni sulla scena, nel 1988 e nel 1996. Ma pare serena, sorride, saluta con la mano e con un “arrivederci” il solito traghetto di passaggio, pieno di vacanzieri in partenza.
L’arena è piena, qualche vuoto iniziale nel primo settore è riempito da uno “scavalcamento” pacifico degli spettatori assiepati dietro le transenne. E il fatto che la composizione del pubblico sia piuttosto eterogenea dimostra che la Smith continua a saper parlare a generazioni diverse e con differenti esperienze. Così c’è l’immensa Fernanda Pivano, e alcuni attori del cast del serial tv, girato a Genova, “Vento di Ponente”.
Partono le note di una durissima versione di Pissing in the River, e ci si rende conto che non è poi tanto diversa dall’estate 1979, quando fece conoscere a centinaia di migliaia di giovani italiani il new rock. A me, per caso, capitò di vederla alla Wembley Arena, e la ricordo trionfare anche lì, in un ambiente decisamente molto più all’avanguardia. Eccola impugnare il microfono e aggrapparsi all’asta come ad un vessillo di battaglia che, in qualche momento di rabbia, scaglia via. L’ambiente è carico e non si fa pregare neanche un secondo nel seguirla con adesione totale; la tensione è alta e positiva.
“Sacerdotessa del punk” è una delle (strampalate?) definizioni che le sono state appiccicate, in realtà è un’intellettuale di ampio respiro che utilizza veicoli diversi, musica compresa, per esprimere il proprio pensiero. Il suono è un rock intensissimo, elettrico, vibrante, con ritmo elevato e accelerazioni che seguono il modo di cantare di Patti, grintoso e determinato. Metà della band è quella “storica” con il mitico Lenny Kaye alla chitarra e il fido Jay Daugherty alla batteria. Oliver Ray (giovane compagno della Smith) suona l’altra chitarra, mentre Tony Shanahan, al basso, completa la formazione. Ci danno dentro tutti come matti, fornendo il necessario, incessante tappeto sonoro alle parole dell’artista di Chicago.
La scaletta alterna i feroci talk punk blues degli esordi con le canzoni più conformate sul tipo della ballad di derivazione dylaniana, degli anni successivi (Summer Cannibals, Spell, Dead City).
La sua è la decisione di chi crede in quello che canta e lo fa intramezzando momenti più dolci (uno per tutti Frederick, dedicata al marito scomparso) ad altri più aspri. Forte è, ancora come sempre, il suo legame con la Beat Generation, le immagini di Allen Ginsberg sono proiettate sul fondale mentre declama, a suo modo, la celeberrima Howl. Ma non ci sono sconti per nessuno ed è assai vigoroso l’attacco al regime cinese che da quasi cinquant’anni opprime militarmente il popolo tibetano.
Dato che il festival appoggia le iniziative del Telefono rosa, tese a sensibilizzare l’opinione pubblica contro la violenza nei confronti delle donne, inforca gli occhiali per recitare la poesia dedicata alla “gentle sister” Puhnstok Nyidron, giovane monaca buddista che paga col carcere duro la sua ansia di libertà, seguita dalla sua canzone 1959, in cui l’anno dell’invasione cinese del Tibet è ripetuto ossessivamente, come per far sentire anche chi non volesse. Verso la fine si toglie gli scarponcini e poi i calzettoni color arcobaleno. Arrivano gli ultimi brani del set.
Because the Night, in cui mise le mani il “boss” Springsteen, è una festa collettiva, People have the Power è un’invocazione, l’affermare una convinzione, “l’inno” al potere popolare, con cui si ripresentò nel 1988.
I bis sono d’obbligo: tra gli altri una versione staripante, epica di Gloria, cover del pezzo di Van Morrison, ma rivista “a la Patti Smith”.
E ripete più volte la famosa frase che tante polemiche causò a suo tempo: “Jesus died for somebody's sins/but not mine”. Si avvolge nella bandiera della pace che rotea, sventola in alto e poi si lega in vita.
Durissime le invettive contro Bush e la sua amministrazione, contro la guerra che non è finita e altrettanto forti gli inviti alla gente. “We are free – Don’be afraid - Peace - We love people” urla Patti e con lei tutto il pubblico, prima che si riaccendano le luci.



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