Magazine Martedì 29 luglio 2003

Lorenzo Licalzi ci riprova

Lo avevamo lasciato reduce dal grande successo del romanzo d’esordio, . All’epoca stava scrivendo un romanzo su un infermiere del San Martino la cui unica prerogativa era quella di conquistare donne una dopo l’altra. Era il 2002. Lo ritroviamo oggi con un nuovo romanzo, Non so, e dell’infermiere non c’è nessuna traccia. Non sappiamo cosa ne abbia fatto, (nella foto) da Pieve Ligure, del suo progetto. Magari lo ha portato in vacanza con sé, in Sardegna…

Lorenzo, ma la Sardegna non è la tomba dei viaggiatori? Mario, il protagonista del tuo romanzo, ne parla come di una jattura
«È vero, perché Mario è uno abituato a viaggiare, e la Sardegna per lui era il minimo della vita. Ma poi, ripensandoci, ha dei ricordi positivi, la rivaluta, e dice addirittura che lì si può vedere il mare più bello. E poi, o uno è davvero un viaggiatore, o a quarant’anni è lì che finisce a fare le vacanze».

Quindi in qualche misura ti ritrovi nel personaggio. Si può dire che ti somiglia?
«Innanzitutto bisogna chiarire due cose: la prima è che l’idea di base era quella di creare un personaggio-simbolo di una generazione. La seconda è che io sono più vecchio di Mario: alla fine del romanzo ha 38 anni, io ne ho 46. Però mi sono accorto che, tutto sommato, la differenza tra me e i suoi coetanei non è marcatissima. Oggi le cose cambiano tutte in maniera velocissima, vertiginosa, un tempo non era così. Mi viene un esempio scemo: io ho visto Carmen Russo al massimo del successo, Mario l’ha vista alla fine della carriera, ma entrambi l’abbiamo conosciuta. Lo stesso vale per i musicisti: Jimi Hendrix, i Doors, o i Dire Straits, che io ho conosciuto già grandi e loro da ragazzini. Ecco, direi che con Mario ho cercato di costruire un personaggio nel quale si potessero identificare persone di età e generazioni diverse».

Il processo di identificazione passa anche attraverso alcune esche che lanci. Penso, ad esempio, alla lunga citazione da Michel di Claudio Lolli…
«Esatto. Ai tempi di quella canzone Lolli era famoso quanto Guccini. Oggi se lo ricordano in pochi, e chi riconosce quei versi, probabilmente, è perché fa parte di quella generazione».

Parliamo di bambini. Tu hai figli? Perché leggendo il libro sono passato dal terrore al desiderio di averne uno nell’arco di un centinaio di pagine…
«Ho due figli, sì, altrimenti non avrei potuto rendere l’idea come dici. Mario ha una reazione comprensibile, a patto di non essere ipocriti. Gli uomini percepiscono come un furto della propria vita il matrimonio, e ancora peggio la nascita di un figlio. Non è una questione di voler bene: si tratta di sviluppare il senso della paternità. All’inizio la situazione è abbastanza drammatica, e il protagonista infatti si trova in difficoltà. Poi però ci si abitua, ed emerge tutto quello che un figlio ti dà. La vera svolta del libro è che Mario matura grazie al figlio».

Il tuo libro precedente, Io no, sta diventando un film per la regia di Simona Izzo. A che punto è la lavorazione?
«L’ultima volta che ho visto la “banda Tognazzi” era dicembre. Per quanto ne so io, il film è in fase di montaggio. Dovrebbe uscire in autunno».

La migliore occasione per conoscere Lorenzo Licalzi verrà martedì 16 settembre alle ore 18,00 presso la libreria Feltrinelli di Via XX Settembre 231r quando Laura Guglielmi presenterà il romanzo. Sarà presente anche l'autore.

Non so
Lorenzo Licalzi
Fazi Editore
13.50 euro

di Donald Datti

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