Magazine Lunedì 14 luglio 2003

Il mio amico Uday

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L’altra mattina mi sono svegliato con la notizia della morte dei famigerati figli di Saddam Hussein Uday e Qusay. Dato che li conoscevo non sono riuscito a frenare la curiosità e sono sceso in strada per acquistare alcuni quotidiani nazionali ed internazionali già sapendo che avrei letto una serie di notizie inesatte, ma devo dire che in alcuni articoli la fantasia dei giornalisti ha di gran lunga superato ogni previsione.

Ho conosciuto Uday nel 1979 durante un campo scout sulle montagne del Kurdistan irakeno: il ragazzo aveva un carattere un po’ particolare, infatti al secondo giorno di campo ci affrontammo in una memorabile scazzottata che rese entrambi malconci, ma che ci fece diventare amici.
Come dicevo Uday era alquanto vivace ed aveva un debole particolare per le coccinelle accampate a trecento metri da noi, ogni sera mi coinvolgeva in sconfinamenti vietati, ma i suoi modi non erano così brutali come vengono descritti anche se, quando non gliela davano, gli giravano le palle. Pochi anni fa Uday mi ha invitato una settimana a Bagdad ricevendomi con tutti gli onori: in quell’occasione mi è stato presentato anche Qusay, il quale non mi è sembrato né sveglio, né carismatico ed ancor oggi devo comprendere perché il padre gli abbia affidato il controllo della Guardia Repubblicana.
Durante quel breve soggiorno ho potuto constatare di persona che Uday era un po’ uscito di brocca, in quanto non faceva altro che parlarmi delle sue Ferrari, delle sue Porsches, e dei restanti modellini di automobili che collezionava, ed una mattina mi ha praticamente costretto a sfidarlo sulla pista della Polystil: avreste dovuto vedere la sua felicità nel vincere la gara anche se non riuscivo a comprendere perché, amando così tanto la velocità, in garage tenesse una Fiat Duna, un Renault4, ed una vecchia Prinz che giornalmente lucidava con amore.
I giornali scrivono che avesse ben 1300 autovetture sportive, ed allora provo sollievo per lui sapendolo morto dato che io, che possiedo solamente un pulmino 30 posti funzionale per la gita domenicale con famiglia nella valle della Beeka, beh io, di questo unico mezzo, smarrisco sempre le chiavi e rischio di diventar pazzo ogni volta che lo devo usare. Se non ci fosse Jasmine a custodirne un paio di scorta, le gite le faremmo guardando quel programma sulla televisione italiana condotta da Licia Colò. Insomma provo disagio nel pensarmi con un mazzo di milletrecento chiavi o, cosa peggiore, con milletrecento mazzi di chiavi.

Parlo quasi unicamente di Uday perché, come vi ho già detto, con Qusay non avevo molta confidenza: lui era un introverso che preferiva passare le giornate a giocare insieme allo zio Ali al piccolo chimico (contrariamente a quanto si crede, è da questa reminescenza infantile che allo zio era stato affibbiato lo pseudonimo di Ali il chimico), ed inoltre non credo di aver mai suscitato in lui una particolare simpatia. Voi potreste anche pensare che i due ragazzi hanno vissuto in modo agiato, ma non sapete che il rais è stato un padre severissimo. Per fare un esempio, quando Uday in seconda media è stato bocciato, invece di mandarlo in campagna dalla nonna materna lo ha spedito a fare il garzone nella macelleria di un suo vecchio amico. Ogni sera, al rientro a casa, il povero Uday doveva anche subire la canzoncina di scherno del fratello minore: “macellaio, macellaio, Uday è un macellaio.”

Con tutto ciò non voglio dire che fossero due anime candide, tutt’altro, ma ritengo che non sia corretto costruire dei personaggi da tragedia, operetta ed opera buffa. Il rispetto dei vivi nei confronti dei morti non dovrebbe mai mancare, angeli o bestie che questi siano, né per qualche copia in più venduta, né per giustificare azioni offensive, e soprattutto perché la storia insegna che in fondo, i buoni non sono mai così buoni, e che i cattivi, in realtà sono semplicemente gli sconfitti.

Josef

(di Andrea Comparini)
di Francesco Tomasinelli

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