Magazine Venerdì 11 luglio 2003

Gli angeli orribili di Simona Vinci

Magazine - Tutti i segreti di Simona Vinci (nella foto), anzi del suo ultimo romanzo Come prima delle madri, ieri sera ad Alassio. Interrogata amabilmente da Francesco Gallea, la scrittrice ha raccontato come nasce un romanzo, almeno dal suo punto di vista, e che cosa vuole raccontare.
Volendo cominciare dall’inizio, cioè dal titolo, che è una citazione da Elsa Morante, scopriamo che invece era la fine. Infatti il romanzo doveva intitolarsi Non ci sono nomi, da Alfonso Gatto questa volta, perché Vinci non aveva intenzione di identificare precisamente né il tempo, né i luoghi in cui si svolge la storia. Quando ha capito che era un’impresa impossibile, era già molto avanti e il titolo –con nomi, luoghi e date- non era più adatto.

Questo aneddoto la dice lunga sul suo modo di lavorare. Fa le scalette prima di scrivere ma, ammette: «Quando mi siedo al computer non so già tutto, altrimenti mi annoierei, figurarsi il lettore». E si annoiava anche a scrivere le parti che riguardavano gli adulti, ecco spiegata un’altra apparente sbavatura del romanzo, l’inconsistenza della figura di Luigi, il marito di Tea. Che aveva una storia, dalla quale derivava il ruolo di padre assente e riluttante di Pietro, storia tagliata senza pietà dopo essere stata scritta. D’altra parte «gli scrittori non scelgono le storie, sono le storie a sceglierci», ha commentato l’autrice.

Per quello che riguarda la documentazione, che è importante in un romanzo su un periodo storico come la seconda guerra mondiale, non vissuto, ma ascoltato e ancora presente nella memoria collettiva ereditata anche dai più giovani, Simona Vinci –che è stata capace di ricostruirlo molto accuratamente- ha raccontato: «Ho studiato tantissimo, ho sfruttato Carlo Lucarelli, che è uno storico vero, ho intervistato gli anziani, compresa l’ultima nonna che mi è rimasta. E sembrava essere esattamente la persona che mi serviva, perché aveva attraversato quel periodo senza capirci niente. Ma alla fine ho capito che dovevo dimenticare tutto, anche perché il protagonista è un ragazzino che vive in un ambiente protetto, in una famiglia in cui non si dicono le cose e che per di più è un po’ tonto di suo».

Il ragazzino un po’ tonto di suo, che si chiama Pietro, nasce –anche se facciamo fatica a crederlo- come alter ego dell’autrice, che ammette di essersi ispirata a se stessa per crearlo. Il suo personaggio preferito, invece, è prevedibilmente Irina, tant’è che la Vinci dimostra nel testo di non rassegnarsi al destino che proprio lei le ha riservato. Tea, invece, «è un personaggio che ha tantissimi lati negativi, ma ho la sensazione che anche il cattivo non sia mai tutto di un pezzo. Mi sembra che tutti i personaggi siano angelici e orribili insieme». Persino Kurt, che è la rappresentazione del male, per Tea è corruzione e salvezza contemporaneamente. Nina, infine, «è l’opposto di Pietro, è la ragazza della strada, che sta fuori, che sa le cose.
Alla fine gli farà scoprire tutto, lo aiuterà a aprire gli occhi anche sul sesso, che ha un significato simbolico». Simbolico come la guerra, come il paesaggio, ma qui la Vinci lascia al lettore un minimo di sforzo interpretativo. In fondo, conclude: «Gli scrittori scrivono e questo dovrebbe dire tutto. Per esempio che scrivono perché non parlano molto volentieri.
Non è un caso che se ne stiano in casa, preferibilmente nella penombra, tranquilli a scrivere. Credo che le persone che vanno a sentire gli scrittori dovrebbero avere un po’ di pazienza, perché non siamo showman». Anche per questo Simona Vinci si ostina a prepararsi delle brevi letture e a proporle al pubblico, perché non ha perduto la speranza che sia interessato alla letteratura, non al personaggio.

Antonella Viale

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