Magazine Martedì 15 luglio 2003

Sette

La chiavetta

7a
Buenavista Social Club accompagna con il suo fluido sound caraibico, i movimenti circolari estremamente sensuali tipici della Salsa, che i ballerini imprimono alle loro zone pelviche. L’atmosfera della sala da ballo è satura dell’odore dei corpi sudati e delle fantasie erotiche di chi danza e di chi guarda. Fuori, nel giardino, dai capannelli dei tabagisti sale un cicaleccio uniforme interrotto ogni tanto da una risata o da un’esclamazione allegra. Più in là qualcuno fuma altro e l’odore dolciastro galleggia in aria per qualche istante prima che la brezza notturna che spira dall’oceano lo porti via. La ghiacciaia, malgrado i notevoli sforzi prodotti da tutti noi per svuotarla, è continuamente rifornita di verdello cileno e di un’ottima pilsner austriaca. Anche allo sprovveduto visitatore occasionale, comunque, non sfuggirebbe che non si tratta che di un normale party di mezz’estate a Tamarama, a un tiro di schioppo dal centro di Sydney.

“Estabamo comentando, porque as abandonado Andrea…” canta Ferrer mentre la conga pesta duro, con danni rimarchevoli, sui sensi inibitori dei ballerini. Sono in fondo alla scaletta che dalla sala del ballo porta al giardino, appoggiato alla ringhiera, una birra in una mano, nell’altra una Winfield da cui aspiro poderose boccate. Lei balla: sola! Ed io la guardo: un viso da pubblicità Eau de Lancôme su di un insieme dove solo le tracce minime del tanga interrompono l’armonia flessuosa del suo corpo fasciato di pelle nera. Osservo e concupisco! Non è una donna, è un inno alla libidine!

“Estabamo comentando porque as abandonado Andrea…”, ripete Ferrer, ma quasi non l’ascolto più: mi è sembrato di vederla occhieggiare da questa parte. Istintivamente mi volto a dare un’occhiata intorno a me: nessuno nel raggio di quattro o cinque metri. Bevo un sorso e accendo un’altra sigaretta: il livello d’adrenalina, lentamente ma inesorabilmente, sale. Spaccio la mia timidezza per indifferenza. Faccio finta di essere immerso nella conversazione sul concerto di Gelmetti all’Opera House, o sulle lettere farlocche che Ben manda al Sydney Morning Herald, o sull’ultima conquista di Gabriele Sgorlon, cioccolataio in Sydney. Intanto però io sbircio, e lei… anche! Ne sono sicuro adesso: l’ho beccata già un paio di volte guardarmi di sottecchi. Comincia la fase delle occhiate rubate!

Ma ce l’hai con me? Ma dai diva, guardami, cerca di realizzare: un metro e settanta scarsi, la pancetta del quarantenne e una fronte tanto ampia e ingombra che gli amici mi chiamano Punta Raisi. Ho capito: mi vuoi “mettere in mezzo” per farti due risate! Il fatto è che mentre disquisisco così tra me e me… eccola di nuovo! Beh, anche il livello di testosterone comincia a salire, adesso. Allora, stai puntando? D’accordo, confermo ciò che ho appena detto della pancetta, delle calvizie eccetera eccetera, ma se proprio guardi me, io allora ricambio! Io, se proprio insisti cara, ci sto!

Alzo il mio viso e concentro la mia attenzione su di lei e non posso fare a meno di riconsiderare con un po’ di stupore il lubrico messaggio che il suo corpo propaga e, con un po’ di incredulità, il fatto che forse quel messaggio è diretto a me. Dieci, quindici secondi ed ecco che anche lei, dal vortice del mambo che la trascina via, trova uno spiraglio e mi guarda di nuovo. Stavolta non distolgo lo sguardo, anche a rischio che, nel caso avessi travisato il tutto, lei pensi che sono il solito pappagallo. Neppure lei, però, distoglie lo sguardo. Anzi, a un certo punto mi sorride invitante. Ma è un’attimo: la danza la trascina ancora via.

Va bene, d’accordo. Del resto anch’io ho voglia di giocare! Così, sempre osservandola, inizio a pensare a come posso iniziare una conversazione con lei. Mi arrovello per poco, però. Ad un tratto, ridendo ad un qualcosa sussurrato al suo orecchio da uno dei ballerini, si stacca dal sensuale flusso della musica, fa qualche passo verso l’uscita, si affaccia appena sulla scaletta e mi dice sorridendo:
«Non ti va di ballare un pò?»
Sembrerebbe un invito! O sbaglio? Un improvviso attacco di orsite acuta mi consiglierebbe di rifletterci, perlomeno, ma non faccio in tempo, perché, cervello anestetizzato, mi porto la mano sinistra all’altezza dello stomaco, allungo il braccio destro verso l’esterno e, facendo ruotare un paio di volte il bacino, mi lancio nell’ondulare caraibico.

di Donald Datti

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