Magazine Lunedì 14 luglio 2003

La guerra del calcio, parte III

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…Ed infatti non passarono nemmeno un paio d’ore dall’infausta decisione, che nelle principali piazze delle città italiane si riversarono centinaia di giovani animati da propositi bellicosi. Inizialmente furono gli slogan ad accompagnarli nella protesta ma, come da logica, non ci volle molto perché la situazione degenerasse, dando vita a ripetuti scontri tra gruppi ultras, e forze dell’ordine. Incidenti di grave entità si registravano a Roma come a Milano, a Napoli come a Firenze, ma la situazione si rivelava critica anche nei centri più piccoli, dove maggiori erano le difficoltà ad arginarli per l’esiguo numero di poliziotti e carabinieri a contrastarli.
Chi come me è abituato da anni a convivere con situazioni di crisi, è ben conscio che sia la tempestività delle risposte politiche a poterle bloccare prima che degenerino. Ma al tempo stesso sa che raramente i politici sono in grado di intuirne per tempo la gravità, presi come sono a litigare di nulla anche quando dovrebbero discutere civilmente in merito ad argomenti di comune interesse. E così, anche in questa occasione, si persero ore di vitale importanza. Solo dopo una notte di ripetuti scontri in tutta la penisola e con molte città in fiamme il governo, riunito in seduta straordinaria, decise di inviare l’esercito per ripristinare l’ordine e, contestualmente, in un pericoloso gioco al rialzo, decise anche l’abolizione del gioco del calcio forse prendendo spunto dai talebani afgani che nella seconda metà degli anni '90 proibirono al loro popolo l’ascolto della musica e l’uso degli aquiloni.
Nei giorni seguenti la situazione si inasprì ulteriormente e purtroppo si registrarono i primi morti, sia da una parte che dall’altra, creando grande preoccupazione anche negli altri Paesi europei.
È ormai da un mese che mi trovo in Italia e la mia esperienza, o più semplicemente il mio intuito, mi suggeriscono un cauto ottimismo: sento che questo conflitto volge al termine. Lo chiamo così, come sono abituato, e poco importa se c’è l’interesse a minimizzare e ricondurre il tutto a “gravi ed intollerabili atti di teppismo”, non è così, non è stato così. Lo chiamo conflitto con la consapevolezza che sia stato il più anomalo, il più paradossale tra quelli da me vissuti in prima persona ed in prima linea, ma in altro modo non lo riesco a definire.
Ho parlato a lungo con molti di questi ragazzi che hanno spaccato vetrine, incendiato macchine, aggredito poliziotti, militari, giornalisti. Ho parlato con chi ha dormito giorni e giorni in posti di fortuna braccato, a volte anche ferito. Ho parlato con chi ha visto l’amico cadere e morire ed anche con chi ha usato la lama, la pistola, ed ho capito un’altra volta ancora, che l’uomo si nutre di ciò che ha e di ciò che può.

Nella area geografica in cui si colloca il mio Paese ci si scanna da anni in nome e per conto di un’entità astratta che popoli con storie diverse chiamano in modo diverso, in altre zone del mondo si combatte ancora per difendere i principi degli opposti massimalismi ed in quelle più arretrate è il senso di appartenenza ad un’etnia piuttosto che ad un’altra a generare odio.
In realtà, in tutti questi luoghi sono povertà e fame a spingere l’istinto dell’uomo a combattere. Da voi, culturalmente impoveriti da un preoccupante benessere, è celata all’interno di un gioco la forza, l’energia capace di sollevare l’anima.
Tra qualche giorno farò ritorno a casa a mangiare kebab, a bere tè verde, ad ascoltare i rimproveri delle mie mogli, le preghiere del muezzin, ed a raccontare ai miei numerosi figli di un posto non molto lontano dove chi vince vale anche se è un uomo vile, e dove chi perde non vale anche se è un uomo leale.

Josef

(di Andrea Comparini)
di Francesco Tomasinelli

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