Concerti Magazine Venerdì 11 luglio 2003

Finalmente Skin

All’ora del the, all’ombra della tensostruttura della Piazza del Mare ci sono poche decine di persone.
Il palco è stato spostato su uno dei lati lunghi dell’area: mossa poco azzeccata, dato che lo spazio per il pubblico si è ridotto drasticamente. Quando, durante l’anteprima, erano stati annunciati profondi cambiamenti, avevo vagheggiato due palchi agli estremi della piazza, strutture hi-tech, un sonoro degno di una cattedrale. Niente di tutto ciò. Anzi. La diffusione sonora è peggiorata drasticamente: a ridosso delle transenne, la situazione sembra accettabile, ma già a pochi metri di distanza, l’accozzaglia di bassovocebatteria fa dolere le orecchie. Si confida in un soundcheck in progress.

L’attenzione dei presenti nei confronti degli artisti è quantificabile nel numero di pubblico in piedi durante le esibizioni.
Da ciò è facile dedurre che i Julie’s Haircut non se li fila quasi nessuno: il piazzale è un tappeto umano. Per quanto i tipi si sbattano con aria dandy e radical-chic, gli applausi sono stentati. Non sono supportati da una buona diffusione del suono, ma il loro risentimento è eccessivo: la singer chiude con un laconico: «Non saremo Skin, ma…», mentre la sua voce si perde nel brusio di fondo della risacca. Cinque meno per l’obiettività.

I veneziani One Dimensional Man sostituiscono in corsa il loro batterista infortunatosi ad una mano e fanno alzare dall’impiantito qualche fondoschiena. Il drummer ce la mette tutta, ricevendo anche l’interesse di Luca Bercia, collega dei Marlene Kuntz, appostato nella zona, ancora off limits, dello skate. Senza infamia e senza lode.
Arrivano i primi ospiti stranieri, i portoghesi Blind Zero: veri rockers, e se non fosse per la cattiva qualità dell’acustica la loro sarebbe una delle esibizioni migliori della giornata. La chitarra solista punge e, anche quando una corda salta assassina, il vocalist è essenziale e suadente. Il brano di chiusura, Gloria, coinvolge il pubblico (tre quarti del quale è in piedi, buon segno) con cori da stadio. Otto più per la qualità e l’impegno, al di là dei disagi.

Gli Inme puzzano, lontano un miglio, di latte e sudore. Tre ragazzotti inglesi punkettari: suoni scabri e ripetitivi e un bassista belloccio con una forte inclinazione all’esibizionismo. Nulla di più. E se in patria spaccano, qua non strappano consensi particolarmente entusiasti. Sei, perché sono di manica larga.
Col buio arriva il grosso del pubblico e si puntano le transenne in vista delle esibizioni degli Headliners. L’assioma “gente in piedi = successo” non regge più, altrimenti non si spiegherebbe la folla levatasi dinanzi a Daniel Johnston.
Poiché musa ed amico di David Bowie e dei Sonic Youth, si richiede per lui “massimo rispetto”. Okay, ossequiosi in attesa di questo inviato celeste.

Sale sul palco un panzuto signore alle prese con una chitarra. Penso sia un tecnico, finché non inizia a biascicare qualcosa nel microfono. Parbleu! Sta cantando, ma lo strumento è muto. E’ imbarazzante. Per via del rispetto, credo, la gente lo incita. Ma dopo quasi una decina di brani, sovviene la noia: nemmeno uno che riesca a seguirlo (e a sentirlo). Molto naif, molto minimal, ma un quattro all'organizzazione: lo sconosciuto non era adatto ad un festival di questo tipo.
Lunga pausa, poi i Marlene. Godano si arrabbia più che visibilmente per gli inconvenienti acustici, e non è un bello spettacolo.

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