Concerti Magazine Mercoledì 9 luglio 2003

Ten Years After trentaquattro anni dopo

Magazine - Da Woodstock al Porto Antico di acqua sopra (e sotto) i ponti ne è passata molta.
Trentaquattro anni dopo un evento che, con buone ragioni, si può definire epocale e che li vide protagonisti (ma con quaranta minuti di ritardo sull’orario d’inizio previsto, ingiustificabile perché non si capisce come mai all’estero si spacchi il secondo e qui si traguardino le mezzore…) sono i Ten Years After ad inaugurare (martedì 8 luglio) la nuova edizione di Arena Blues, manifestazione ben pilotata dal Teatro Garage.
La formazione è per trequarti l’originale: Leo Lyons, il più “vecchio”, prossimo al sessantesimo compleanno, ma anche il più tonico e con il sorriso sulle labbra, di uno che si diverte un mondo ad esser ancora lì a picchiare sul basso; Ric Lee, viso alla Charles Bronson, l’aria di aver preso le redini della band, è un “motorino”, senza pause, alla batteria e Chick Churchill con la sua aria da intellettuale d’antan, alla tastiera.
Manca colui che, nel bene e nel male, ha fatto la storia del gruppo: Alvin Lee.
Con le sue straordinarie scorribande vocali e, soprattutto, strumentali, che gli guadagnarono il soprannome di “chitarrista più veloce del mondo”, contribuì in maniera determinante a dare fama mondiale, per almeno cinque ann,i dal 1969 (data della fatidica apparizione, live e poi in disco & film, al Festival di Woodstock) al 1974 (quando decise di spiccare un volo solitario fatto di alti e bassi. Mi capitò d’incocciarlo un bel po’ di anni or sono in quel del Teatro Alcione, ante – luci rosse).
Almeno tre tentativi di reunion andarono a vuoto finché di recente, i T.Y.A. si sono riformati, incidendo anche un disco dal vivo, scelta azzeccata perché è indubbiamente a contatto col pubblico che la band riesce a dare, da sempre, il meglio di sé.
L’indubbiamente ingrato compito di sostituire il leader se lo prende il venticinquenne biondino londinese Joe Gooch.
Piglio sufficientemente deciso, la voce non riesce a graffiare ma, se non il “più veloce del mondo”, con la chitarra elettrica se la cava discretamente. E poi i paragoni non si devono fare mai se non nella stessa dimensione spazio–temporale. Per non dire di gruppi nostrani in cui i membri originali sono …uno.
L’arena è discretamente affollata, nonostante la sbornia di spettacoli concentrati a Genova in un paio di mesi (estivi), a fronte di prolungati “silenzi” nel resto dell’anno. Forse il merito è anche di prezzi non esosi e della possibilità di un abbonamento col prossimo concerto di Billy Cobham.
Si parte, forse, leggermente in sordina.
Poi la musica prende il galoppo con lunghe cavalcate che pescano in quell’ampia fetta di sound agli incroci tra british blues, hard rock e classic rock ‘n’ roll. E sono jam in cui fanno capolino qua e là riff di “Cream & Deep Purple” o della super-mitica “Blue suede shoes”.
Il suono è decisamente chitarristico, ma Churchill si ricava alcune nicchie – assolo d’organo tra il manzerekiano e il soul jazz e Ric Lee si esibisce in una di quelle cose che non si vedono più neanche col lanternino, un solo di batteria di cinque minuti, cinque.
Il pubblico si scalda, specie quella parte nata post1969, c’è il simil-Joe Cocker che si dimena proprio come lui e il ragazzo col vinile di Woodstock in mano.
Alla fine tutti in piedi a ballare il bis e, poi, accanto al palco, a comprare magliette, foto, dischi e, per gli amatori, persino la pelle autografata da Ric Lee.

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