Magazine Lunedì 7 luglio 2003

La poesia ritrova casa parte II



In ogni testo si legge il senso del messaggio che già l’atmosfera del luogo, con la sua trapelante solidarietà, mi aveva fatto emozionalmente intuire: come la rosa mistica porta vita, così non bisogna aver paura di dire che la poesia è accettazione e dono, che la nostra esistenza è irripetibilità da condividere con gli altri, al di fuori delle logiche materialistiche di potere e profitto. Il risveglio dell’umanità passa attraverso la poesia, intesa non come categoria puramente letteraria ma come firma d’anima, come ricerca mai interrotta di bellezza. Poesia è sacrificio, certo: ma un sacrificio che non ci aliena dagli altri, che non ci separa mai da noi stessi.

Proseguendo l’ascolto ci si rende sempre più conto che una delle chiavi di lettura di questo evento è proprio la presa in carico della scrittura propria e di altri come precisa responsabilità: un vecchio concetto che, finalmente riproposto al di là delle barriere ideologiche, si rivela oggi più che mai urgente e vitale. Ecco perché il pubblico, dal pontile e dagli scogli, partecipa con entusiasmo quasi unanime e sembra intuitivamente avvertire una continuità profonda fra i testi poetici e quelli declamatori e "polemici": non c’è nessuna artificiale dicotomia fra poesia e non poesia, anzi è la stessa energia vitale e creativa dei vari autori di ieri e di oggi, presenti e assenti a sostanziare la recitazione, il canto, la vivente epifania del corpo e della voce.

La poesia, o meglio la forza spirituale dalla quale essa continua a prendere forma negli anni e nei secoli, è proprio quella Fenice di cui legge il poeta Macario a metà spettacolo, dopo i nuovi interventi canori: falena che s’immola al fuoco dell’arte, che rinasce dopo aver visto la propria distruzione possibile e vissuto la Morte Filosofale. Oppure è quell’isola, figura dell’anima, che Maggiari insegue fino agli estremi ghiacci boreali, perché a volte è o appare lontano solo ciò che è nascosto nel profondo di noi, irraggiungibile proprio perché a noi coeso. La poesia, con la sua ricerca formale e la sua voce quasi iniziatica, sembra lontana dal cosiddetto uomo comune: sono proprio gli eventi come questo a rivelarci che essa è invece assai più vicina a noi di quanto non pensiamo; troppo vicina, forse, per essere immediatamente colta e distinta, come fosse una cellula della nostra stessa carne.

La serata, come una parabola di stelle, volge all’ apice e alla conclusione. Tra altri riti e canti, fra altre rose e un ’ istoriata pietra offerta da Angelo Tonelli al mare perché accolga la sua parola poetica, si inseguono i versi di Majakovsky e Dante, Tomaso Kemeny , Ezra Pound e Yates, fino alle note wagneriane e alla lettura finale del lied mozartiano, che in qualche modo riassume questa luminosa fatica di gruppo: solo chi non si stanca può avvicinarsi alla fonte della luce. C’è qualcosa di autenticamente evangelico in questo monito così attuale, in cui riecheggia anche tutta l’energia polemica dei versi dell’Inferno dantesco letti poco fa.

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