Concerti Magazine Venerdì 4 luglio 2003

Goa Boa, in principio erano le mutande

Altro anno, altro , finalmente!
Nuova sede, l’Arena del Mare, sotto il Palazzetto, a ridosso della risacca e dell’aria condita di salsedine che appanna gli occhiali, riparata da una struttura che incanala le correnti d’aria come in una malefica galleria del vento. L’assetto della grande piazza coperta verrà modificato sostanzialmente, a detta dell’organizzazione del Festival, in vista dell’inizio ufficiale della manifestazione, previsto per giovedì 10.

Intanto, eccone un assaggio.
Stanziata in loco da svariate centinaia di minuti prima dell’inizio della kermesse (ritardato di circa un’ora), posso godere dell’arrivo a rompicollo del pubblico: fotocopia del video di Paradise City dei Guns. Sul palco, però, a provare gli strumenti non c’è Axl, ma un gruppo di giovani autoctoni, gli Orange, vincitori del GoaBoaSchoolSelect. Parlando con uno di loro, Giovanni, scopro trattarsi di liceali diciottenni, fatta eccezione per il singer, addirittura trentenne: “Lo abbiamo trovato con un avviso in bacheca, pensa”, mi rivela. Nell’era dell’informazione globale, le vecchie bacheche di compensato fanno ancora il loro dovere. I ragazzi sono bravi, a dispetto dell’audio (grande dispersione del suono e strumenti che sommergono la voce) e del sintetizzatore che fa le bizze. Malinconici arpeggi di chitarra, sonorità dilatate, percussioni e testi in inglese: c’è un po’ di tutto, Jeff Buckley, ma anche Pink Floyd e Radiohead. “Ognuno di noi ha influenze diverse, mettiamo tutto insieme”, continua Giò, calando la battuta madre di chi fa parte di una band. Nel complesso, un dignitoso debutto.

Curiosità per il gruppo successivo, made in Belgium: gli Sharko vengono annunciati come cuginetti dei Police e tale definizione non viene disattesa. Drum’n’bass+chitarra elettrica, vocalist bassista, proprio come Sting. Anche le sonorità sono simili, con il quattro corde in evidenza ed un brano che, in chiusura, ammicca senza pudori a Don’t stand so close to me. Il cantante ha gli zigomi larghi come Eddie Vedder, ma la somiglianza finisce lì. A un certo punto il biondino inizia a spogliarsi e fa parlare pantaloni e scarpe al suo microfono: si toglie la maglietta, mostra una seconda di reggiseno e morbide maniglie, piazza le Adidas davanti al gelato, muovendole a fisarmonica per mimare il movimento di una bocca. Invasato, scende in mutande dal palco e inizia una corsetta tra la folla plaudente. Risale di corsa, in sincrono perfetto per ricominciare a cantare. È molto divertente, tenta di coinvolgere il pubblico suggerendo improbabili cori ed ancor più infattibili capriole.

Prima che salgano sul palco i Dionysos, il sole è già calato dietro minacciose nubi. Definiti “il miglior gruppo francese sul palco”, compaiono vestiti come becchini, circondati da luci che ricordano- guarda caso- quelle di un cimitero, sovrastati da faretti viola e porpora. I primi accordi suggeriscono atmosfere tarantiniane, cantate un po’ in inglese, un po’ in madrelingua, e, a priori, mi innamoro di loro. All’improvviso, un’esplosione di chitarre e batteria, poi ci si mette anche la violinista esagitata a violentare la notte, ed è bailamme. La gente si scalda, li segue con attenzione, tiene il tempo con le mani. Loro si muovono sul palco come creature elfiche, cattivi genietti del bosco, saltellanti come un Bugs Bunny in acido. Il cantante, miniatura d’uomo, vede bene di arrampicarsi sulle transenne e di farsi trasportare dal pubblico, per ben due volte. Spettacolarità a go-go.
Capisco che molti dei presenti aspettino la Consoli con trepidazione, vista l’ora, ma ingiungergli di andarsene (“Allez à la maison!”) è fuori luogo: il pane se lo sono guadagnato, soprattutto per l’alta qualità musicale. La musica francese non è solo la Mathieu. Qui ci sono i fratellini cattivi di Mano Negra e Negresses Vertes!

Finalmente, arriva Carmen: canotta fiorita, jeans scoloriti, Fender rosa ed una gran voce. Il vento le scompiglia i capelli nerissimi e contribuisce ad enfatizzare la furia che trasuda da molte delle sue canzoni (Besame Giuda, Alice odiava i gatti e la tagliente Sentivo l’odore). Alcuni brani de L’eccezione e tanto repertorio. Pioggia d’aprile, Il giorno del mio matrimonio e Vigilia di Natale, Confusa e felice, Parole di burro, L’ultimo bacio, Venere fra gli altri.
Gli oltre seimila presenti sono in sua totale adorazione, agognano i suoi respiri, c’è chi urla ripetutamente: “TI AMO!”.
Non parla molto, distribuisce le parole con parsimonia, regala -piuttosto- brividi caldi con gli accordi sporchi di brani come Contessa miseria, mandando in visibilio i presenti.
Alla fine, dopo due bis, ringrazia sentitamente.
No, grazie a te, figghiuzza.
A giovedì, con Marlene Kuntz e Skin. E se i presupposti sono questi…

Teardrop

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