Concerti Magazine Mercoledì 2 luglio 2003

65.000 per Bruce Springsteen

Magazine - Questa volta comincio dalla fine.
Sono ancora imbottigliato nell'ingorgo che puntualmente blocca la zona di San Siro alla fine dei concerti, quando mi arriva un SMS da Luigi, compagno di mille avventure musicali e rossoblu: “only the boss can do it”. Sintetico, efficace e senza bisogno di traduzioni.
E son sicuro che i 65.000 che sabato 28 giugno hanno gremito lo Stadio Meazza, per assistere all’ultima data del “The Rising Tour” europeo, la pensavano nell’identica maniera.
L’ambiente è rilassato, ma impaziente, perché tutti sanno bene cosa vogliono e cosa il boss darà loro. Non li ha mai traditi. Sulle gradinate sono appesi molti striscioni, dal nostrano ed essenziale "Genova welcomes the boss", al pararafrasante "This land is Your land", decorato ai lati da due tricolori. In altri due sono differenti le lingue "Grazie" e "Thanks", ma identico il soggetto dell’attenzione: Adele (Zirilli N.d.A.), acclamata per aver messo al mondo Bruce. Si va dal gioco di parole “Welchome Bruce” al deciso "Ti amo". Non poche le bandiere a stelle e strisce nella prima ri-apparizione post–Iraq.

Il prato è strapieno, più del solito. Mi affianca un robusto tifoso inglese, due tatuaggi del Millwall F.C. (First Division) sulle gambe. Finisco per attaccare un discorso che parte dal football e arriva alla musica. E’ la ventisettesima volta che applaude il boss live... I miei sei concerti sbiadiscono in un battibaleno... Parte una hola prima da un lato, poi dall’altro, fischi, battimani ritmati, falsi allarmi. Mr. Millwall guarda l’orologio e scuote la testa, “too early” esclama e ha ragione (ci si stupirebbe non l’avesse...). Finalmente, sulle note morriconiane di “C’era una volta il West” compaiono, uno dietro l’altro, i componenti della E – Street Band. Un boato per “Little Steven” Van Zandt, cognome olandese ma che, come nel caso di Springsteen, nasconde una famiglia materna italiana, un mix tra Al Pacino e un picciotto del “Padrino”. Un’ovazione - e sarà così per ognuno degli assolo che hanno riconquistato meritato spazio o per interventi vocali cartavetrati – saluta Clarence “Big Man” Clemons. Per ultimo spunta Bruce ed è l’inizio della solita apoteosi.

Parte a 100.000 con “The Promised Land” (sarà un caso?). In italiano: "Ciao Milano come va? Bene? È bello vedervi di nuovo. Sono passati tanti anni dal 1985. Spero che siano stati anni buoni". Superata la prima mezz’ora, appena attaccata “Darkness on the Edge of Town”, si scatena una bufera d’acqua e vento. Pochissimo scompiglio. Partono allora le canzoni portafortuna: una sua, “Waitin' on a Sunny Day”, e l'altra “Who'll Stop the Rain”, cover dei Creedence Clearwater Revival. La pioggia aumenta e allora si calca sul capo un berretto da cowboy di color bianco e va a prendersi l’acqua insieme ai fan delle prime file, che non si sono mossi neanche di un mm. Grondante sudore dopo tre brani, bagnato fradicio dopo sei. È lui, vero, dà tutto (e si vede) e riceve altrettanto. Una straordinaria maschera in cui convivono dramma e gioia, sorriso e smorfia quasi di dolore. Canta storie metropolitane, ma vere, le angosce, i problemi di lavoro e familiari che, dal New Jersey, fanno il giro del mondo.
Il suono, al principio non un granché (dal punto di vista della diffusione), è autentico american rock’n’roll, senza orpelli. La E.S.B. fornisce il consueto apporto e si capisce come mai sia ritornata prepotentemente (definitivamente?) nel cuore del Boss, senza esser mai uscita da quello dei fan. Una magica alchimia che, in una band collaudatissima (confermata la moglie Patty Scialfa, new entry Soozie Tyrell al violino), dalle preponderanti accentuazioni chitarristiche, vede comunque determiminanti il ruolo degli altri strumenti -pianoforte e tastiere (il professor Roy Bittan e Danny Federici- la sezione ritmica con Max Weimberg (batteria) e Gary Tallent (basso) e il citato “Big Man” Clemons (sax). Il tutto avviene su un palco “da oratorio”. Zero scenografie, niente corse forsennate a cercare l’applauso. La scaletta, (25 i pezzi), è un mix equilibrato tra i brani dell’ultimo album e i vecchi hit, da cantare all’unisono, all’insegna del ritmo e dell’energia pura. Mi resteranno, tra i nuovi, una straordinaria versione acustica di “Empty Sky” e una “Into the Fire”, da brividi, dedicata ai vigili del fuoco di NYC morti l’11 settembre. Accanto, immortali (ma sempre vitalissimi) “The River” e la dilaniante esecuzione di “Rosalita”, ultimo di una serie di bis lunghi come un “normale” concerto. Un attimo solo di malinconia quando è partito l’inno springsteeniano per eccellenza “Born to Run”. Quasi trent’anni or sono, Luca, un mio grande, sfortunato amico scomparso, capace di straordinarie intuizioni, me lo mise sul piatto “ascoltalo, dicono sia il nuovo Dylan” - tutti allora dicevano così – A lui voglio dedicare questo articolo. Forse gli sarebbe piaciuto.

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