Magazine Lunedì 30 giugno 2003

La guerra del calcio, parte II

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Era caldo il 22 giugno a Beirut ed 130 invitati alla mia festa provavano a combatterlo, con risultati modesti, ingerendo ettolitri di sangria, contribuendo a rendere sempre più allegra l’atmosfera festosa. Balli sfrenati si alternavano a cori stonati, e lo scatenatissimo gruppo rock “Orgoglio Islamico”, il più conosciuto nella Beirut underground, offriva il meglio del proprio repertorio. Non mi facevano certo pentire di averli scelti al posto dei “Rolling Stones” che si erano offerti di suonare gratis per via di una mia vecchia amicizia con uno dei tecnici del suono, un bestione della Virginia che nei primi anni ottanta prestava la sua opera di combattente mercenario al servizio dei Contras nel nord del Nicaragua. Lo sorpresi nelle vicinanze di Leon affamato ed impaurito, la sua cellula era stata annientata dai militanti del Fronte Nazionale di Liberazione di cui io ero consigliere e si arrese immediatamente. Fui io ad occuparmi del suo interrogatorio: collaborò senza omissioni quindi mi feci garante della sua incolumità, non solo, intercedetti personalmente con un funzionario governativo e, dopo solo quattro mesi di carcere, riuscii a farlo espellere dal Paese. Tornò a casa ed abbandonati i propositi di guerrigliero si rituffò nella sua antica passione: la musica.

Era caldo a Beirut, ma era caldo, molto caldo, anche nella vecchia Europa, in modo particolare nei Paesi dell’area mediterranea, e come tutti sanno il caldo gioca brutti scherzi ed esaspera le persone.
Forse erano proprio così, esasperati, il gruppo di persone che a Catania, stanchi di manifestare più o meno pacificamente, decisero di cambiare strategia e, proprio la sera del 22 giugno, un’autobomba esplose nei pressi della Questura della città etnea causando gravi danni ed una ventina di feriti di cui tre gravi. Immediatamente tornarono alla mente le stragi del 92, quelle di Capaci e di Via D’Amelio, e la parola mafia echeggiò in modo insistente, anche se ai primi inquirenti giunti sul posto non sfuggirono alcuni particolari che li resero dubbiosi, senza contare che non vi era nessun segnale che potesse far pensare ad un simile evento compiuto da Cosa Nostra che, come ben sanno tutti quelli a cui spetta il compito di combatterla, usa avvertimenti e messaggi ben precisi prima di manifestarsi.
Insomma cominciò a prendere corpo la pista “sportiva” e già alle prime luci dell’alba scattò una mega retata che portò all’arresto di 34 tifosi ultras appartenenti al gruppo degli Irriducibili. I notiziari del mattino ovviamente diedero ampio spazio sia alla notizia dell’attentato che a quella degli arresti, scatenando reazioni di ogni tipo. Intanto gli arrestati, dalle loro celle di isolamento e tramite un folto manipolo di avvocati, alcuni di fama, altri di malafama, manifestavano la loro innocenza anche se i magistrati facevano sottintendere, usando forse un’antica strategia, che da parte di alcuni di loro cominciavano le prime ammissioni.
Mentre nel sud dell’isola continuavano gli sbarchi dei diseredati della terra, orde di cronisti nazionali e non, ne occupavano la parte orientale, suscitando la disapprovazione dei notabili locali più avvezzi allo struscio, con tanto di granita alle mandorle, che non al clamore degli organi di stampa.

Come spesso accade, l’eccezionalità di un evento può scatenare reazioni eccessive, sbagliate, e persino immotivate che possono contribuire a rendere ancor più drammatico il momento, ed è in quest’ottica che si deve valutare la decisione, tramite decreto legge, di sciogliere tutti i gruppi ultras presenti sul territorio nazionale.
Quando ho appreso la notizia su TeleBeirut, e memore della passione dei tifosi italiani assaporata durante il derby di Genova, ho pensato: “Mi sa che in Italia scoppierà un bel casino.” E...

Josef

La storia prosegue e terminerà nella prossima puntata.
di Francesco Tomasinelli

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