Magazine Sabato 28 giugno 2003

Stand clear, doors closing

«The train on platform one goes to Gordon! Next stop is Toongabbie. Then all stations to Parramatta; then all stations to Lidcombe; then Strathfield, Redfern, Central, Town Hall, Wynyard and all stations to Gordon. Stand clear, doors closing!»
Era la mia sveglia ogni mattina! Ero regolarmente in ritardo quando caracollavo giù per la collina verso la stazione alle sette e quaranta, come nella canzone di Battisti. Avrei potuto tranquillamente interpretare uno di quegli sketch di mister Bean senza dover improvvisare: sarebbe bastato nascondere una telecamera!

Tutto si svolgeva – ma anche adesso ogni tanto - come in un dormiveglia leggermente accelerato e improvvisamente mi ritrovavo in una delle stazioni succitate oppure, nelle mattine particolarmente nuvolose e buie, direttamente in ufficio sotto la luce rassicurante del neon.
Ora ho cambiato treno. Arrivo in stazione che quello per Campbelltown è appena partito, mi godo in disparte l’assalto al North Sydney delle otto meno un quarto e poi prendo il Gordon delle sette e cinquanta: vuoto. La stazione è quella di Seven Hills: i sette colli come a Roma! Ma qui è un bel quartiere dormitorio col suo bel centro commerciale, tutte le casette in fila e i praticelli da falciare al sabato pomeriggio e Trastevere, il Cupolone, Porta Portese e la Fontana di Trevi… sono su un’altro pianeta.
Stesse facce di sempre alla stazione: i personaggi sono sempre gli stessi e si finisce per collegarli a particolari situazioni, a brandelli di memoria, a semplici fantasie. Fantasie alle quali mi piacerebbe poter attribuire ben altre valenze, ma che invariabilmente finiscono per rivelarsi per quello che effettivamente sono: giochi immaginifici del mio cervello in fase di risveglio.

Impressi a terra con vernice blu, ad una distanza di circa venti metri uno dall’altro, sono ben visibili per tutta la lunghezza della banchina dei marchi segnaletici. Divisa in gruppetti di quindici o venti persone ciascuno, che si formano in corrispondenza di questi segnali, staziona la gente che aspetta il treno. Non appena gli sportelli dell’espresso delle sette e quarantacinque si aprono automaticamente in corrispondenza dei marchi che dicevo, parte l’assalto alla diligenza.
Prima mi affannavo anch’io e so cosa vuol dire! Si è tutti lì, con le scarpe e la ventiquattrore allineate sulla linea gialla tracciata sul bordo del marciapiede, fintamente assorti ed invece vigili nel mantenere la posizione conquistata così da avvantaggiarsi per cercare di essere tra i primi a salire sul treno ed occupare uno dei pochi posti rimasti liberi. Perchè stare in piedi per quarantacinque minuti su di un treno metropolitano che va progressivamente affollandosi, non è la più confortevole delle esperienze e a volte si instaura una certa tensione.
Invece il treno per Gordon è sempre vuoto e si può scegliere dove sedersi: non c’è stress! Beh, se proprio devo fare il pignolo ci sarebbe quella giovane donna australiana, insomma bianca voglio dire, anche piacente se vogliamo, ma con quell’espressione sempre incazzosa, nasino all’insù, capelli ramati L’Oreal sistemati in una treccia da collegiale, espressione da bambina puntigliosa e all’occasione dispettosa. Lei, malgrado la certezza che troverà da sedersi, non sopporta che qualcuno salga sul treno prima di lei. Così si mette lì davanti, oltre la linea gialla di sicurezza, le mani nelle tasche del giubbotto e i gomiti allargati, come ad impedire ogni tentativo di sorpasso e appena il convoglio si ferma, quando ancora le porte automatiche non sono completamente aperte, salta sù e scendendo precipitosamente la scaletta che porta allo scompartimento inferiore, và a prendere posto, sempre lo stesso, con un’espressione da ragazzetta maliziosa che ti ha fatto un dispetto. Comunque ho finito per abituarmici e anzi posso dire che anche lei ormai fà parte della monotonia quotidiana. Che stando alla casistica degli ultimi due anni, da quando cioè ho inziato a frequentare questa stazione ferroviaria, non viene mai interrotta se non dal tipo della Salvation Army che raccoglie oboli il venerdi mattina.

Non sempre però: qualche volta capita che un imprevisto, un piccolo o grande cambiamento alle abitudini, distragga noi pendolari dalle nostre elucubrazioni mattiniere. Stamattina ad esempio, la colleggiale incazzosa era in compagnia di un belloccio sulla trentina, calvo, impeccabile taglio di sartoria: insomma sembrava “un buon partito”. Già solo questo, ne sono sicuro, sarebbe bastato a scuotere almeno un pò le abitudini consolidate ed a fornire materiale di pettegolezzo per almeno un paio di coppie di lavoratrici domestiche che si incontrano andando al lavoro. Ma il bello doveva ancora venire!

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