Magazine Lunedì 19 marzo 2018

Il morso della reclusa, l'ultimo noir di Fred Vargas. La recensione

Particolare della copertina

Magazine - Da un quarto di secolo Fred Vargas ci diverte e ci stuzzica con le sue storie e voilà: l’ultima opera della ricercatrice di archeozoologia presso il Centro nazionale francese per le ricerche scientifiche (CNRS), ed esperta in medievistica, Frédérique Audouin-Rouzeau (Parigi, 1957), pseudonimo Fred Vargas (cognome in comproprietà con la gemella pittrice) scrittrice di polar (come i francesi chiamano gli italici gialli noir) colti e ironici che, con Il morso della reclusa ( Einaudi 2018; 435 pp; 20 Euro),  è arrivata alla sua nona avventura. La Vargas non cambia mai il protagonista, il commissario Jean- BaptisteAdamsberg descritto sempre in terza persona, maschio ultracinquantenne piccolo bruno e magro, zigomi pronunciati , naso aquilino, colorito olivastro originario del Béarn, antica regione alle falde dei Pirenei poco lontano da Lourdes.

Islanda, Parigi (e Sud-Est della Francia). Primavera 2016. Il mitico commissario Jean-Baptiste Adamsberg, anche da bambino molto curioso e restio alle regole, oggi perennemente svagato, che vive nelle nuvole anzi pardon le spazza, che ride appena e porta sempre, perché mai? due orologi (fermi) al polso sinistro, trascorre una meritata vacanza avvolta dalla nebbia dell’Islanda. Con lui c’è Zerk (o Armel, il figlio sconosciuto, ritrovato quando aveva già 28 anni). Però le belle cose non durano e zac, tra capo e collo gli arriva un messaggio urgente: deve tornare a Parigi. Motivo: una belloccia trentasettenne che lavorava in un negozio di vestiti da bambini è stata uccisa dalle ruote di un suv che le è passato sopra per ben due volte. L’assassino potrebbe essere il ricco e borioso marito, il suv è suo, ma lui a quell’ora stava, a suo dire, davanti alla consolle di una sala giochi, o un presunto giovane amante.

Dunque, tanto per cominciare, abbiamo un titolo avviluppato nella nebbia, con toni vagamente antiquati vedi reclusa, parola che rimanda al passato. Cosa vuol dire questa benedetta reclusa? Ci si chiede subito, affrontando il romanzo come un’avventura, ma messi all’inizio in rampa  d’attesa su una falsa pista, bisognerà prima aspettare, a mò di antipasto, la sherlockiana soluzione di Adamsberg del delitto del suv. Poi anche la veloce soluzione di un altro delicato caso (un pessimo stupratore sulle tracce di Froissy, la sua tenente hacker). E finalmente si potrà parlare della reclusa, parola chiave del titolo. Insomma cos’è la reclusa? Dunque la reclusa nome scientifico: Loxosceles rufescens, è un ragno timido ma pericoloso se attaccato e che può diventare molto, ma molto pericoloso, perché Adamsberg scopre per caso che tre vecchi sono morti tra atroci tormenti dopo essere stati punti ferocemente.

Un impossibile omicidio? Forse ma c’è qualcosa che lo stuzzica visceralmente e anche se il so tutto, l’amico, collega e vice Danglard contesta con vigore l’apertura di una nuova astrusa indagine, Adamsberg si intestardisce e va avanti pur a rischio di dividere la squadra. Squadra composta da ben ventisette agenti dell’Anticrimine di Parigi (nel XIII°), tra i quali dominano Danglard, Mercadet , Froissy, Mordent, Retancourt, Voisenten e il conterraneo Veyrenc, ciascuno presentato con fantastica creatività, fra carte, hobby e distrazioni, gerarchie e fobie. Dialoghi surreali e curiosità linguistiche, citazioni colte e ricerca sulla pedo-psichiatria degli abbandonati. Si mangiano con voluttà piatti regionali del Bearn a base di cavolo e si beve Madiron, un rosso locale della zona spesso e ricco di tannino.

Torniamo ai delitti forse commessi dalla reclusa. Tutti suggeriscono di lasciar perdere: la reclusa europea non uccide, al massimo provoca lesioni curabili con gli antibiotici, i decessi sono dovuti all’età delle vittime. Le complicazioni sono prevedibili . Ma no, quei decessi sono omicidi: così pensa Adamsberg, perché glielo dice il suo intuito e presto scopre che la reclusa, ragnetto dal veleno innocuo che si nasconde nei buchi e nelle legnaie, è stata l’incubo di tanti giovanissimi ospiti dell’orfanotrofio di Nîmes, settant’anni prima, l’arma con cui un gruppo di ragazzacci seminava il panico in quel collegio. Una vendetta allora?

Reclusa però non è solo il nome di una specie di ragno, ma anche il nome che fin dal Medioevo veniva dato a quelle donne che, colpevoli o accusate a torto, per autopunirsi si facevano rinchiudere in minuscole celle, e vivevano di elemosine, assumendo quasi un ruolo sacrale per i loro compaesani.

La Vargas semina indizi, soffia sui sospetti e, ancor più crudamente, scava nell’inconscio di Adamsberg, nei suoi rapporti familiari, fino ad arrivare a quelle bolle di pensieri che minacciano di scoppiare da un momento all’altro. Infine, dopo una lunga caccia, così evanescente e difficile da sembrare quasi impossibile, solo l’intuizione farà scoprire il movente, chi ha ucciso e l’inimmaginabile arma del delitto.

di Patrizia Debicke van der Noot

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