Magazine Giovedì 26 giugno 2003

Quasi meglio che in tv

Magazine - Sgombriamo subito il campo da ogni possibile equivoco. Il giorno delle zucche (Einaudi Stile Libero) è un libro. Non un libro scritto da un personaggio televisivo. Un libro e basta. Poi, il fatto che Fabio Fazio sia anche uno che fa tv, è una questione marginale. Piuttosto ci sarebbe da rimpiangere che uno come lui sia fermo da un paio d’anni mentre sui nostri schermi imperversano i soliti incursori della banalità e del pressappochismo. Godiamoci allora questo libro, che il nostro presenterà venerdì 27 giugno (ore 18) alla Libreria Feltrinelli di via XX settembre assieme a Luigi Surdich.

Un libro divertente, pieno di humor e venato da quella sottile malinconia che contraddistingue Fazio. Autobiografico, perché no, da leggersi cercando qualche volto noto tra le iniziali dei nomi (dove si nasconde Pavarotti?), spulciando tra un litorale e un entroterra che conosciamo bene, ma magari non riconosciamo. Perché Fazio filtra le immagini attraverso il ricordo: ad esempio la spiaggia dove da bambino ha visto Pierino Prati, ma non ha avuto il coraggio di chiedergli l’autografo. Di sicuro riconosciamo la timidezza del conduttore, che è la timidezza dell’uomo e ora dello scrittore. E ne apprezziamo il garbo, la capacità di giocare tra le linee come un trequartista di classe, giostrando i registri con sapienza e intelligenza.

Il ritmo è uno dei princìpi sui quali si fonda la televisione. E così la scrittura: magari sono tempi diversi, ma quello che conta è comunque catturare il pubblico, sia uno spettatore o un lettore poco importa. Leggendo questo libro (che non è un diario ma gli somiglia, non è un romanzo ma potrebbe quasi esserlo), sembra quasi di assistere a uno dei suoi storici Festival di Sanremo. C’è un po’ di tutto dentro, un ammasso apparentemente informe dettato più dal sentimento che dalla ragione. Eppure un filo logico c'è, magari sfugge, ma si fa riprendere senza problemi. Il rapporto tra lettore e pagina è rilassato, godibile, amichevole.

Notevole l’idea di strutturare tutto il libro secondo un criterio di classificazione. Di primo acchito sembra quasi una citazione un po’ pacchiana di Alta Fedeltà di Hornby. Ma attenzione: qui le classifiche non sono parte fondante del testo. Sono il testo stesso. Tutto si dipana attraverso un andamento classificatorio, scorrendo il quale lo scrittore si mette a nudo prendendosi un po’ in giro e un po’ prendendo in giro il lettore. Ad essere presi di mira sono gli innumerevoli luoghi comuni, le leggende metropolitane, i tormentoni che scandiscono le nostre giornate, dalle frasi fatte al fascino da cartolina di Parigi, dall’elogio della quiete della campagna al mito del personaggio famoso, dalle meraviglie di Internet all’unità della sinistra italiana. Non è detto che tutto questo possa bastare a Fazio per vincere il Premio Nobel (uno dei suoi sogni, ma neanche tanto in alto nella classifica relativa), ma c'è sempre tempo.

di Donald Datti

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