Magazine Lunedì 19 febbraio 2018

La fine della ragione, la graphic novel di Recchioni per Feltrinelli Comics

Magazine - se non trovavo una causa per cui combattere, me ne cercavo una.
(sensata o no che fosse)
cercare rogne era, per me… un Arte
[Roberto Recchioni – La Fine della ragione]

Che Feltrinelli aprisse una sua etichetta, Feltrinelli Comics, è stata la notizia diffusa lo scorso autunno, a ridosso della fiera lucchese. Un progetto ambizioso, che molto racconta dell’ottimo stato di salute del fumetto nostrano, con a capo Tito Faraci, narratore e fumettista, uomo che conosce e canta il fumetto.

I titoli annunciati per il primo anno sono capaci di solleticare la curiosità degli addetti ai lavori e la passione dei lettori. Per convincere bastano i nomi, da Pennac a Sio passando per Giacomo Bevilacqua, Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso e – ad aprire il catalogo degli inediti Made in Italy subito dopo l’esordio in collana di Daniel Pennac con Un Amore Esemplare – Roberto Recchioni con La Fine della Ragione (ed Feltrinelli Comics – 112 pp, 16 Euro).

La Fine della Ragione è un lavoro attuale, coraggioso e, sotto molteplici punti di vista, necessario.
Occorreva un grande coraggio, e anche una folle volontà di mettersi in gioco, tanto per realizzarlo quanto per produrlo.

Bastano poche pagine di quello che si mostra come un moleskine ingiallito, come fosse un volume sopravvissuto all’apocalisse, per comprendere quanto sia intimo, politico, appassionato il fumetto realizzato da Roberto sotto il marchio Feltrinelli Comics. Il prodotto finito, il cui formato è in continuità con la produzione di Feltrinelli, è un libro attuale in modo doloroso, un libro politico nel senso vivo del termine, un’analisi crudele del nostro quotidiano.

Se è vero che ci sono testi che nascono dalla voglia di raccontare una storia, o per la sfida che comporta costruirne una, La Fine della Ragione è invece un volume che nasce da una necessità, quella di raccontare un momento storico definito in un paese preciso, un hic et nunc che racconta molto di quello che siamo.

Dal punto di vista narrativo La Fine della Ragione mostra tutte le caratteristiche che da sempre delineano la scrittura dell’attuale curatore editoriale di Dylan Dog: narrazione serrata e una scrittura ermetica che, tradotta in fumetto, diventa lettura veloce; il tutto accompagnato da disegni dello stesso Roberto. Tratto deciso, persino maleducato, e colori netti. Nessuno sconto. Nessuna mezza misura. Iconoclasta, dissacrante, satirico e con una certa propensione a farsi menestrello, narratore. Roberto Recchioni, insomma.

Il libro corre, e questa velocità investe il lettore, lo travolge e mentre lo fa si trasforma, come fosse fotosintesi, in qualcosa di altro. La velocità diventa ansia, empatia, rabbia, rassegnazione e speranza. La prima cosa che colpisce è la scelta del linguaggio.

Per elaborare un mondo andato in pezzi, un paese collassato, utilizza quegli slogan che spesso vengono ripetuti come fosse una liturgia, formule mistificatrici di cui i social sembra non siano mai abbastanza saturi. La Fine della ragione è l’effetto noto di una causa che lo è altrettanto.

Una scuola.
Da una scuola che iniziò tutto.
Da una maestra che faceva solamente il suo lavoro e da un bambino educato a NON credere alle bugie del sistema e a diffidare di quegli esperti collusi con quel potere che voleva tenerci ciechi alla verità.

Fuga dalla competenza, ritenuta fonte di discriminazione, i nemici, Loro, sono i libri, come in Fahrenheit 451, e come nel celebre romanzo di Bradbury vengono dati alle fiamme. In un mondo e in una civiltà di cui resta solo cenere, la rivoluzione tocca ad una madre

Perché selvaggio il suo amore
Incrollabile la sua volontà
E cieca la sua furia.

Una donna, una madre. Nella narrazione di Recchioni le donne sono protagoniste. Sempre. Amante, madre, assassina, salvatrice, Amore e Morte, la declinazione del femmineo è essenziale nella sua narrazione.

Merito di Roberto, ad esempio, se per la prima volta Dylan Dog ha un pard donna, Rania Rakim; per la prima volta nella sua storia ultratrentennale Dylan è amico, confidente di una donna e non solo amante. Una rivoluzione copernicana che alcuni lettori non hanno ancora colto.

Anche al centro della saga Orfani c’è la necessità di affrancarsi e uccidere Jsana Juric, personaggio spaventoso e affascinante come pochi altri villains. Ne La fine della Ragione ad essere al centro della scena ci sono una madre, una figlia e la malattia.

In un mondo che ha abbandonato i lumi della ragione e nel quale la scienza è bandita, una madre non si arrende. Vuole salvare sua figlia. Facile trovare nella lettura un’allegoria, neppure troppo velata, alla disinformazione che spesso accompagna le campagne No-Vax, ma fermarsi a quello sarebbe un limite.

In questo volume, che ambisce ad essere un vero e proprio manifesto, Recchioni mette all’indice tutti quei momenti nei quali, invece che ambire a migliorare, si annichilisce la competenza. Nei quali ci si danno risposte semplici – è stato il destino – a domande complesse: Guerra, Malattia, Carestia, Morte.

L’uno vale uno, esposto come pericolo, come causa di abbassamento sociale e non evoluzione della civiltà. Nei tempi del “digita e cerca”, cosa distingue un luminare da un utente di social?

Quando la crescita smette di essere ambizione a migliorarsi, quando il valore aggiunto è l’assenza di valori, la fine del mondo è inevitabile. Denuncia che non fa sconti quindi, e che fa bruciare le guance a chi si sente trascinato e messo all’indice ma non solo. Se fosse tutto qui il protagonista non sarebbe Asso, alter ego a fumetti di Roberto Recchioni..

La sua presenza diretta trasforma il volume in una lunga lettera, estremamente personale e quindi dal valore enorme, che altro non è che un grazie alle donne, madri che non si sono arrese e non si arrendono, a chi lotta tenace e disperato come il Don Chisciotte rielaborato e cantato da Guccini, a chi non crede al destino proprio e del figlio ma lo costruisce e, facendolo, salva vite.

Un’immagine che ritorna, quando incontro un lavoro tanto personale da essere doloroso, è quella di Roberto che parla del solo modo in cui, secondo lui, si debba scrivere Dylan Dog. Il personaggio di Sclavi, per essere  credibile e amato, ha bisogno del sangue di chi lo scrive.

La Fine della Ragione con tutti i suoi tributi a Miller, con il richiamo alle matres del mondo narrativo dell’autore, è un volume nel quale lo stesso ha versato molto di sé. Un volume che fa arrabbiare, che disturba e attira. Affascinante e pericoloso come il fuoco per le falene.

Una lettura affatto banale, che racconta molto di chi lo ha scritto ma soprattutto tantissimo di chi lo legge.

di Francesco Cascione

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