Magazine Sabato 21 giugno 2003

Diavolaccio di un Benni

Magazine - Il professor Bilancioni, docente di storia dell’architettura contemporanea, era visibilmente emozionato.
Mentre introduceva entusiasta il suo ospite, lo immaginavo altrettanto contento incitare gli Stones dagli spalti del Meazza, dieci giorni fa.
Ha la passione per il vecchio rock e la buona scrittura, Bilancioni. Non a caso, ha introdotto Stefano Benni esaltando proprio l’anima sottilmente rockeggiante dei suoi libri e l’ironia della sua prosa, in cui le parole sono diluite con sapiente ed estrosa cura.

Benni l’ha bonariamente rimbeccato: “Rock? Ora mi sento più incline al jazz…”. È stato questo l’incipit della lunga chiacchierata, quasi un monologo, che lo scrittore bolognese, classe 1947, ha intrattenuto con i presenti convenuti in una torrida aula della Facoltà di Architettura venerdì 20 giugno.
L’occasione per questo incontro, solo apparentemente insolito, è stata offerta dall’adattamento teatrale, da parte del Master di Scenografia organizzato dalla facoltà, di un suo testo: Astaroth. Le commistioni tra letteratura ed architettura non sono rare, basti pensare all’abusato Le città invisibili di Calvino.

Spesso, gli scenografi altro non sono che architetti votati al mondo fatato della finzione scenica. La formazione letteraria è praticamente indispensabile, vuoi per le suggestioni immaginifiche che è in grado di generare, vuoi - di rimando - per le collocazioni spaziali ed architettoniche di cui la letteratura sovente necessita.
Benni si è divertito a navigare tra digressioni filosofiche, religiose, storiche e inevitabilmente letterarie offerte dai temi di Astaroth.

Senza avere le pretese da teologo, con ragionamenti spiccioli e pratici, ha esposto, per esempio, la sua visione dell’inferno: “Il vero inferno è sulla Terra. È venire da Bologna a Genova con un caldo come questo, è fare la coda sulla Genova-Voltri”.
Anche Lucifero viene ridimensionato: “A me piace il lato divertente del diavolo. Il diavolo è Azazello, è il gatto nero, è quello de Il maestro e Margherita di Bulgakov, per intenderci. È uno che si è permesso di dire a Dio: “Potevi far di meglio!”.
Senza cadere nell’eresia, ha affermato: “Il diavolo fa sensazione perché è un sovvertitore. Anche Gesù lo è stato: Cristo è diabolico, in questo senso”.
E la morte viene definita la gioiosa follia filosofica dei vecchi: “Non bisogna averne paura: i vecchi ne parlano in continuazione, ci ridono su, non la temono”.

Sembra sia una sua costante, quella di sdrammatizzare ogni seriosità, eliminare la rigidezza delle convenzioni: “Quando ho inserito in un libro una citazione del The Rocky Horror Picture Show, qualcuno ha gridato allo scandalo. Il giornalista che mi aveva criticato, forse, era ancora troppo eccitato dal film: sapete, sesso, travestiti, giarrettiere… chissà a cosa stava pensando, in quel momento”.
I suoi atteggiamenti anticonformistici in età scolastica sono stati una costante dell’incontro, quasi un pretesto per insistere sull’inutilità dell’imposizione autoritaria congenita in essa: “Ai miei tempi, ma penso sia ancora così, proponevano dei temi con titoli del tipo: La figura del Carducci si staglia nel panorama della letteratura italiana emergendo dalle nebbie della poesia romantica dell’Ottocento, proponendo…bla bla bla. Una volta, il mio svolgimento fu: Concordo pienamente con quanto affermato. Non vi dico le reazioni”.
Lo definivano un bambino cattivo, da piccolo: “Arrivavo dalle montagne, ero abituato a stare libero, scappavo dalle finestre. Ma come si può definire “cattivo” un bambino? Ci sono ragazzi difficili, ma non “cattivi”. Ho avuto a che fare con i ragazzi dei riformatori. Difficili, non cattivi”.

Il Male, ci ha suggerito, è prima di tutto complessità: perciò, non può appartenere ad un essere il cui carattere deve ancora formarsi. “Guardate Notre-Dame, i suoi Gargoyles: il Male rappresentato sulla facciata di una chiesa”. Ancora la religione, complessa per definizione. E, insieme, l’architettura. Ha ammesso di non essere un esperto, ma di apprezzare le case con grandi finestre, fatte per poter guardare fuori: “Architettura è costruire pensando a ciò che c’è intorno”, ha affermato. “Non amo i grattacieli, però. Ecco: Genova mi piace. Perché senti la Storia, perché è incasinata: cammini per una strada, giri un angolo e tutto cambia. Bologna è diversa: ha un centro storico compatto e una periferia ben definita”.
Ha poi confessato: “Scrivo di notte, sarà perché sono nato all’una di notte. Ci avete mai pensato? Molti libri sono stati scritti a lume di candela, coi lumi a petrolio. Provate a leggere Poe alla luce di una candela, poi vi voglio vedere…”.

Inevitabile, per chi lo conosce, la polemica politica, più o meno latente durante le due ore di “show”. È stato proprio Bilancioni a sobillarlo, in chiusura.
“E vieni a farmela adesso, una domanda del genere?”.

Teardrop

di Donald Datti

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