Magazine Lunedì 27 novembre 2017

Zerocalcare e le Macerie Prime di una generazione tradita

Magazine - Ciao, Piacere Michele! Come ti chiami. Di che anno sei. Che lavoro fai?

Quando capita un firmacopie di Zerocalcare, sono tre le cose che saltano all’occhio.
La prima è la quantità di persone che aspettano pazientemente in coda per avere una firma, un armadillo o un disegno un po’ più eccentrico.

«Mi faresti una balena triste che osserva sul fondo del mare una delle tue spille, sai, l’ho persa…» La seconda è la qualità del pubblico che aspetta di incontrare il fumettista di Rebibbia. Ragazzi che coprono tre decadi almeno. Ci sono alcuni quarentenni, tanti universitari, e diversi ragazzi che l’università ancora non hanno deciso se farla o meno, che tanto hanno tempo per decidere.

In coda si parla di serie TV, di libri, di videogame e ci si confronta sulle letture fatte, sui libri Zerocalcare e non solo. La terza è la serie di domande che l’autore fa a tutti i lettori che arrivano al suo tavolo con un fumetto da firmare o un foglio bianco. Zerocalcare chiede: Chi sei? Di che anno sei? Cosa fai nella vita? mentre Michele Foschini, l’editore, annota le professioni: «è un’occasione di incontro tra le persone. A Napoli qualche giorno fa sono arrivati tantissimi studenti in ingegneria spaziale, ad un certo punto li ho riuniti chiedendo mi facessero un’astronave!».

L’incontro. «Sapete – racconterà Michele Rech durante la presentazione fatta al negozio Feltrinelli di Genova venerdì 24 novembre – fare un libro come Macerie Prime (ed Bao 188 pp – 17 euro), richiede circa 8/9 mesi di lavoro intenso. Significa che in quel periodo scrivo e disegno da solo in casa mia, senza o quasi contatti con l’esterno; il volume che viene fuori verrà comprato da qualcuno che lo leggerà a sua volta da solo in camera sua o altrove. Quando chiedo chi sei? che lavoro fai? lo faccio magari perché me sto a rompe er cazzo a fare tre ore di disegnetti – scherza – ma soprattutto perché il momento delle presentazioni e firmacopie è il solo nel quale la barriera tra me che scrivo e chi legge viene meno. Il solo momento nel quale riesco a vedere in faccia chi ha letto o leggerà il mio fumetto e conoscerlo».

Macerie Prime è un libro che spiazza. «Per scriverlo avevo bisogno di indagare le persone che mi stanno accanto, per farlo mi sono letteralmente seduto sui loro divani facendo ogni tipo di domanda, anche a costo di far vivere loro fallimenti e frustrazioni. Avevo bisogno che tutto quello che ho messo sul libro avesse un riferimento reale». Il volume parla di lui e del suo gruppo di amici di sempre, ma soprattutto parla di una generazione, maltrattata e tradita, ma anche di chiunque si trovi ad un crocevia della vita, al «cosa sei disposto a perdere»  cantato da Lorenzo Cherubini.

Il nuovo volume dell’autore di Kobane Calling parte dalla Profezia dell’Armadillo e, come a voler fare un bilancio a distanza di un decennio, parla di quotidiano, di vita reale raccontata con onestà intellettuale e partecipazione; un tema delicato ed importante, fragile al punto che per essere credibile deve essere, come il risultato conferma, personale.

La Macerie Prime sono quelle che ci lasciamo indietro, la distruzione di progetti, le illusioni tradite, il mondo che va a pezzi quando la distanza tra quello voluto e quello ottenuto è incolmabile, quando ci si trova con quel nodo alla gola che una situazione irreversibile porta con sé.

Paradossalmente quelle macerie, come quelle lasciate da un terremoto, sono anche  la materia prima su cui ricostruirsi, il nuovo punto di partenza. Distruzione che diventa opportunità. Il primo volume, la seconda parte uscirà a maggio 2018, è un analisi personale che si estende ai suoi amici,  personaggi che da sempre fanno parte della sua mitologia a fumetti.

Se fino ad oggi, in tutti i lavori di Zerocalcare, la compagnia di amici era funzionale al racconto, ora come spalla – Secco e Cinghiale su tutti – ora per consentire uno sviluppo del pensiero attraverso il dialogo, in Macerie Prime Secco, Sara, Cinghiale, Deprecabile, Katja e Giuliagiacometti, non sono solo allegorie, figure essenziali per sviluppare un pensiero, una riflessione, per raccontare una storia, ma sono protagonisti, persone reali messe al centro del volume.

«Non hai avuto paura che a raccontare in modo così crudo persone esistenti si sarebbero arrabbiate?» Chiede qualcuno del pubblico. «All’inizio sì. Con Kobane, essendo un libro propriamente politico, era continuo il confronto con la comunità curda a Roma. Avevo bisogno che tutto fosse verificato prima di arrivare all’editore. In questo caso era diverso; si tratta di amici, persone che ho coinvolto da subito, la paura che potessero fraintendere mi ha spinto a non sottoporgli preventivamente la storia. In realtà, per fortuna, mano a mano che lo stanno leggendo mi stanno ringraziando perché  si riconoscono nei personaggi che ho utilizzato».

La crisi. Un gruppo di amici da sempre si trova ad un crocevia importante. Cinghiale si sposa e il riunirsi li porta a confrontare inevitabilmente le proprie vite mettendo inconsapevolmente in mezzo invidie e fallimenti; è come se ciascuno avesse un paio di scarpe sbagliato mentre il vicino ha quelle giuste, quelle meritate.

Zerocalcare parte da sé stesso, della sua volontà di restare coerente (congelato?) mentre svolge un lavoro – il fumettista – e un successo che vive come se non lo meritasse, come fosse affetto da sindrome dell’impostore: «Vedo ragazzi in gamba della mia generazione, racconta, costretti a fare l’inventario di notte nei supermercati mentre io faccio i disegnetti»; racconta della sua difficoltà nello scegliere gli accolli – in questo c’è sempre l’armadillo come emanazione di coscienza a consigliarlo – e il timore che, mentre la sua vita va in una direzione, il rischio sia perdere il contatto con le proprie radici. I suoi dubbi vanno a sovrapporsi a quelli dei suoi amici.

Traditi da illusioni mai maturate, naufraghi in un mondo nel quale solo chi ha sempre dovuto combattere pare riuscire ad affermarsi, «Secco, ad esempio, ha superato qualunque aspettativa, anche perché nessuno pretendeva di riporne su di lui. È uno abituato a stare tra le macerie, per questo pare quello che sa destreggiarsi meglio».

Secco è un’eccezione, inspiegabile, ma pur sempre eccezione; per gli altri le cose sono più complicate; più facile per loro ascrivere Secco al ruolo del capro espiatorio. Il volume scorre con la solita leggerezza che nasconde come un velo riflessioni profonde.

Zerocalcare, ancora una volta, mentre diverte il lettore – non mancano le pagine nelle quali è inevitabile scoppiare in una liberatoria risata – lo porta su sentieri difficili, dove osservare a se stesso mentre legge di Cinghiale, Sara e Katia, per scoprire che certe situazioni, che portano le persone ad isolarsi, a colpevolizzare gli altri, ad allontanarsi per chiudersi in un fortino, non si fermano a Rebibbia ma occupano spazi conosciuti nella vita di chiunque. Riconoscerlo è iniziare a superarlo.

«Il passaggio che chiude il volume – confessa – da molti è stato visto con superficialità, tanto che molti cronisti hanno titolato frettolosamente Zerocalcare: addio armadillo, come se io proponessi di fregarsene degli altri per pensare a se stessi, come se fosse possibile, come se fosse giusto». In realtà si racconta altro, qualcosa che nel volume chiuso a Novembre si intravede e che per forza avrà uno sviluppo nel secondo volume, previsto a Maggio 2018.

Delle Macerie colpisce la struttura, presente, ricordi e allegoria convivono, colpisce la ricerca grafica, ma soprattutto il modo con cui sono rappresentati i demoni che incarnano le difficoltà dei protagonisti. Ogni volta che uno di loro precipita nel proprio inferno ha un demone tutto suo. Scelte, invidie, difficoltà agiscono nel profondo, strappando un pezzo di anima che, come con Voldemort, cambia le persone in profondità.

Prima di chiudere l’incontro, carico di spunti e riflessioni che rimandano con decisione al volume, è inevitabile che qualcuno chieda a Michele, a margine di un racconto che parla di cambiamento, se e come sia cambiato il suo rapporto con Genova.

Mentre è evidente per chi ha letto il volume il chiodo che gli si conficca in gola per un accollo che forse meriterebbe gli fosse evitato, Zerocalcare non nasconde una certa emozione, forse vorrebbe non farlo, ma risponde.

«A distanza di anni mi accorgo che per me esistono due Genova. Una è quella di oggi, una tappa tra le tante nelle quali incontro il pubblico e parlo del mio libro. Poi c’è la Genova del 2001 che per me è stata tanto importante che non riesco a fare a meno di metterne un pezzo in tutti, ma proprio in tutti, i miei libri. Le due versioni riesco a tenerle separate ma spesso si sovrappongono».

«Oggi, racconta, mentre venivo dalla stazione non potevo non avere la pelle d’oca a guardare certi angoli, certe strade. Nel volume parlo di scelte, di crescita, di cose che crescendo cambiano; ci sono cose però che restano immutabili, come scolpite nel granito. Ecco, la Genova del G8 è una di quelle, e credo sia giusto così».

Michele mostra tutta il peso della risposta e della riflessione, è consapevole dell’importanza di quei giorni per il ragazzo di 15 anni che era allora. «Rifarei tutto» mi confessa. Quel peso diventa un pezzo imprescindibile della sua vita.

È come se quel peso da portare fosse la sua àncora, o meglio bussola, per mantenere la sua rotta nonostante tutto, il punto fermo nonostante i pezzi che è costretto a lasciare per strada, qualcosa di fondamentale per non diventare, come racconta tra le macerie, un’altra persona, qualcuno troppo lontano da come crede sia giusto essere.

In questo aspetto si dimostra fedele a quel ricordati di ricordare , fondamentale nella Profezia dell’Armadillo e che a distanza di dieci anni resta solido anche in mezzo alle macerie.

La prima parte, con un racconto crudo e che mostra tutta la fragilità di chi viene messo alla prova e pare soccombere è pars destruens che raggiunge a pieno il suo obiettivo: spiazza, turba, costringe a porsi domande e rimanda all’epilogo che leggeremo tra sei mesi.

A primavera i protagonisti saranno costretti a costruire dalle macerie (prime) i se stessi evoluti, personaggi che inevitabilmente saranno più complessi e quindi più vicini alle loro controparti attuali: più facilmente riconoscibili da chi, trasformandoli in fumetto, ha bisogno di comprenderli, comprendersi, per raccontarli e  raccontarsi ancora.

di Francesco Cascione

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