Concerti Magazine Mercoledì 11 giugno 2003

Rock da brividi

Magazine - Milano, Stadio “G. Meazza”, 10 giugno 2003: eccoli qua, gli Stones tornano in Italia.
Una lunga assenza (13 anni) passata a consumarne i vinili e a sentire / vedere tanti (troppi) gruppi simil – Stones e/o Beatles e/o Who e via discorrendo.
Assai raro essere partecipi di una leggenda vivente.
Sì, sono invecchiati, ci mancherebbe altro - avere sessant’anni e stare su un palco è forse un reato? -, ma, senz’altro molto meno e molto meglio della maggior parte dei “tranquilli travet loro coetanei. Comunque i miti, per definizione, non si discutono. Anche se hanno la sfortuna (?), come, forse, piacerebbe a qualche sventurato critico, di non morire giovani.
Me li trovo davanti, lassù, per la quarta volta.
Esclusi gli albori (papà, perché non mi ci hai portato?), il tour del 1982 “mundial”, con Mick diabolico indovino del risultato di un’Italia–Germania 3-1, vista forzatamente, in un bar di Mirafiori, quello del 1990, nello Stadio Olimpico di Berlino (coi brividini per i filamti b/n delle parate hitleriane) e di nuovo a Torino.
Poi il pacco della cancellazione dell’ultimo minuto nel 1998.
Fino a questa serata di un giugno insopportabilmente caldo.
Le 20.45, si parte, ancora in piena luce.
Ma, in ogni caso, gli effetti non saranno particolarmente marcati, senza certe ridondanze di altre situazioni.
I 60.000 impazienti, almeno tre generazioni ben rappresentate, terminata l’ultima hola “inganna -attesa” scattano all’unisono. Sì, perché si gioca subito forte con “Brown Sugar”, seguita da “Start Me Up” e ”You Got Me Rocking”. Primi tre brani di una scaletta di venti, scelti in un repertorio che, per avere un’adeguata presentazione, dovrebbe fare da colonna sonora alle 24 ore di Le Mans.
Non si scopre nulla, perchè nessuno pensa di scoprir qualcosa e va bene così.
Eccoli lì, Mick, fisico invidiabilmente asciuttissimo, cambierà una dozzina di t-shirts, dal rosa schocking iniziale ad una gamma di colori”pastello”, su pantaloni neri
S’impadronisce immediatamente della scena, saltella, ancheggia, scatta, smorfieggia, coinvolge il pubblico, con pochi attimi di relax.
Il palco è sormontato da un mega – ingrandimento di una composizione di Jeff Koons che, forse da noi, è più conosciuto come ex marito di Ilona “Cicciolina” Staller e protagonista di una lunga causa post – matrimoniale, rapimenti reciproci di prole inclusi, che come grande artista internazionale.
“L’affrescone” si trasforma in mega-schermo su cui scorrono, in altissima definizione, le immagini del concerto (strabilianti le riprese delle dita di Ron che suona, riprese da una micro-camera posta sulla chitarra, belli i primissimi piani dei protagonisti).
Ma è, indubitabilmente, Keith, il vecchio teppista, cui non aprireste ancora oggi la porta se vi suonasse per chiedervi una scatola di pelati e che ottiene l’ovazione maggiore, il fulcro, il vero motore rombante del tutto.
Cambia camicie (sempre sbottonatissime) come le chitarre.
Come sempre sigaretta che va e viene (la bottiglia di Jack Daniels l’avrà nascosta nel retro palco?) e gigantesco teschio d’argento all’anulare della mano destra (lo confesso, è lui ad avermi ispirato l’acquisto del mio, in mini size , 24 anni fa’in quel di Londra), officia, intramontabile gigante (after Elvis only Keith “urla” uno striscione nelle prime file), il rito pagano della chitarra.
Inizia a sciorinare, con quello sguardo illuminato da sorrisi luciferini sullo sfondo di rughe che paiono tracciate dai cingoli di un carro armato, quei riff di tre note che hanno fatto la storia del rock e continuano a dettarne la via.
Ha anche l’onore di prendersi il suo spazio, con un mini set personale, in cui canta “Thru And Thru” e “Happy”.
Ron è il fedele scudiero e lo segue alla grande nelle sue scorribande, disegnando melodie così come i quadri che sono esposti in una galleria della zona Navigli (e che vidi a San Francisco).

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