Magazine Mercoledì 11 giugno 2003

Commiato (III)



Fra pochi giorni mi telefonerà il marmista. Sta terminando l’incisione sulla grossa lastra di marmo (lastrone, l’ha chiamato) che copre la tomba di Piero e la tua ma c’era solo il nome di Piero e le sue date incise con caratteri in oro, date che raccontavano quanto presto ti aveva abbandonato e di certo è stato l’unico vero dolore di tutta una vita insieme, andarsene prima di te. Lo so che non te lo doveva fare, ma sono stata felice del tuo eroico e orgoglioso sopravvivere, mi hai reso fiera ogni giorno e adesso che stanno incidendo con la stessa calligrafia che non si usa più, con le stesse "pagliuzze d’oro le tue date e il tuo nome per poi coprire le due tombe gemelle e lasciarti riposare accanto a Piero, sono certa che tu pensi " finalmente" e che io non posso e non devo biasimare il tuo pensiero (adesso che ha una consistenza invisibile, adesso che è nebbia sottile, adesso che per molti, in realtà non esiste).

Se muori a 94 anni entri in una macchina del tempo all’incontrario e fai un viaggio che comincia adagio. Si avvia in un attimo che nessuno può definire una frazione di tempo innocente e accade, semini bava, voglie strane di mangiare cose che non mangiavi mai, semini sorrisi e disattenzione, denti che si spezzano come crosta di pane, semini piccole parole gentili a chi ti sta vicino, bevi due frizzantini e il cappuccino prima di cena e succhi le caramelle di gomma se ci sono.(si torna ai bisogni primitivi e fondamentali). Se muori a 94 anni è una fatica terribile ogni giorno alzarsi dal letto anche se sei ricca di pensieri perché in una vita così lunga si fanno, si immaginano e si provano tante cose che tornano tutte quando sali sulla macchina del tempo all’incontrario che inizia ad avviare i motori.

Io e Filippo nella camera mortuaria vediamo gruppi di persone e siamo spaesati, ma a tratti anche divertiti. Sembra tutto cinematografico.

Mi chiedono se voglio vederti. Avvolta dal lenzuolo ti accarezzo e penso che non è stato imperdonabile non avermi aspettato, birichina nonna- gatta, eppure ho preso il treno subito, appena ho saputo che il malessere si era aggravato. Ti volevo vedere e parlare, sono corsa da Imperia per arrivare in tempo, ultimo treno utile, sudata e affannata, senza biglietto, ma la fretta era solo per me. Non mi hai aspettato, sei volata in quell’orizzonte di fiaba sfocata, hai deciso di completare il viaggio, Maria dei quaderni regalati a sei anni per iniziare i primi romanzi scritti a penna, Maria del gelato di panna morbida, dei portici e del dialetto ritornato alla fine, non hai potuto aspettarmi, ma non c’è problema, davvero.

Francesca Mazzucato
di Daniela Carucci

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