Magazine Mercoledì 11 giugno 2003

Commiato (II)



Prima di morire parti di te avevano già spiccato il volo, gli occhi guardavano dove io non sapevo arrivare. Un guazzabuglio tortuoso di emozioni vederti, parlarti e poi lasciarti attraversando il corridoio, pensando alla volta che senza accorgermene sarebbe stata l’ultima, perché lo sai prima e lo sai poi, non lo sai mai durante. Non puoi sapere che quella è l’ultima frettolosa volta anche se ci pensi, anche se l’idea ti attraversa la mente una volta in strada, fra i colori che sembrano liquefatti, i colori gialli della sera nel centro di Bologna, pensi succederà, non lo percorrerò più, non ci passerò neanche per caso, neanche per errore, e le pareti te le ricordi fluttuare e oscillare come per un terremoto, e il pavimento, una volta sul marciapiede, lo ricordi friabile e molle. Da te alla porta, una passeggiata sul pandolce. Sembra così dal marciapiede, e anticipare l’ultima volta col pensiero è come un rito scaramantico,(lo scrocchiare delle dita, uguale), arrivi a credere che quel fluttuare immaginario solidifichi quel luogo, cristallizzi la tua figura che entra sorridente nella sala da pranzo in una immagine di carne e sostanza che non svanisce e che non svanirà. Non si ringraziano mai abbastanza i marciapiedi, solido punto di riferimento e di raffronto del nostro essere vivi, del nostro misurarci con le cose. Quante volte mi sono seduta fra una macchina e l’altra osservando la gente dalle gambe e ho sentito il sollievo di lasciarti viva ed erano gambe velate con tacchi e punta stretta, il nostro caffè col cioccolato, gambe grosse con le vene in evidenza, abbracci e racconti brevi, pantaloni scuri e mocassini, una carezza fra i capelli e le tue rughe che non riuscivano a celare la bellezza di quegli occhi verde incredibile, come il mare dei depliant pubblicitari, verde impossibile e felino. Dopo passavo dalla mamma a bere birra scura e a parlare di te.("come l’hai trovata?" e nella risposta tante ingenue speranze). È successo per sere e mesi e ancora ho in bocca la birra scura, nel naso gli odori della pastina e le dita ti vorrebbero toccare ma non possono, non possono più.

È stato qualche anno fa, quando ancora vivevi da sola, che ti dicevo delle mestruazioni.
" Oggi non mi sento bene".
"Hai le tue faccende?"(pudico e antico quel nome, faccende)
"Sì".

E allora ripetevi l’antica filastrocca, lunedì luna, martedì fortuna, mercoledì regalata, e adesso mi viene sempre in mente, non ci crederai, cammino per le strade di questa cittadina ligure che non ho fatto in tempo a raccontarti e arriva, lunedì luna, costeggio la ferrovia, sabato lettera e domenica dichiarazione d’amore, salgo la scalinata che porta in via Cascione, guardo una vetrina, mercoledì regalata che forse era la frase che mi sembrava più antica, ci trovavo una leggera polvere sul mercoledì, regalata mi faceva apparire davanti una immagine in bianco e nero di qualche diva dei film della tua epoca, e adesso torna martellante quella parola, adesso è sempre mercoledì.

di Daniela Carucci

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