Un riformista a Genova - Magazine

Attualità Magazine Mercoledì 11 giugno 2003

Un riformista a Genova

Magazine - Martedì 10 giugno, nel tardo pomeriggio, Genova è atterrita da un'afa insopportabile. La calura non ha spaventato però Antonio Polito che, giacca e cravatta, ha fatto il suo ingresso nella sala conferenze della Società di Letture e Conversazioni Scientifiche, a Palazzo Ducale.

«Genova è senz'altro più fresca di Roma», si consola il direttore del quotidiano , giornale nato nell'agosto 2002 e impegnato nel dibattito sul rinnnovamento della sinistra europea.
Ma scherzi a parte: «Venire a Genova è sempre un piacere per me: ho vissuto qui per qualche anno e adoro questa città». Polito ha pensato alla Superba anche nel fondare la sua testata: «Volevo un giornale caratterizzato da un'eleganza genovese», afferma, catturando immediatamente la simpatia generale.

Ma chi è Antonio Polito? La piacevole parlata tradisce le sue origini partenopee. Laureato in giurisprudenza, la sua carriera giornalistica ha inizio a , dove lavora come cronista e poi come capo redattore. Nell'88 il passaggio a , dove è redattore capo e vicedirettore con Scalfari prima ed Ezio Mauro poi. Dopo un'esperienza da corrispondente estero a Londra passa alla direzione de Il Riformista. E siamo ai giorni nostri.
L'argomento della conferenza genovese riguarda, appunto, la possibilità di fare riforme in Italia, e chi meglio di Polito avrebbe potuto illuminarci su un argomento così delicato?

«Quello delle riforme è un "problema italiano"», esordisce Polito, «molti credono che il riformismo in Italia non sia attuabile e io stesso, ottimista per natura, ho i miei dubbi». Certo la necessità del cambiamento c'è: «Mi è venuta in mente l'ultima volta in cui ho sentito definire una società irriformabile». E la mente vola al dramma dell'ex Unione Sovietica. «Era l'epoca di Gorbaciov e di una rivoluzione i cui prezzi sociali furono altissimi». Ma è possibile un paragone con la nostra Italia? Secondo Polito sì.
«Dai tempi del dopoguerra fino agli sconvolgimenti di Tangentopoli, il nostro è stato il paese occidentale più simile a quell'Unione Sovietica in quanto a presenza dello Stato e ad instabilità politica». Erano gli anni caratterizzati da una casta politica estremamente chiusa, «cambiava il governo, ma il partito che lo gestiva restava il medesimo».
Poi è nata la seconda repubblica, «una rivoluzione nata per mano giudiziaria, dunque discutibile». Intanto l'Unione Sovietica era caduta, «dunque l'Italia non aveva più nessuna giustificazione per le sue debolezze e la corruzione». Insomma, due mondi che sono caduti insieme.
Ma cosa ci ha lasciato in eredità quella seconda repubblica? «Una struttura corporativa della società in cui l'individuo conta ben poco rispetto al gruppo sociale. E poi dei sindacati, quello dei lavoratori e quello degli industrali, che hanno oggi il potere di condizionare il Parlamento». Sono i cosiddetti Poteri intermedi, aggiunge Polito.

Poi si arriva al sodo: «La prima riforma da attuare? Rendere possibili le riforme. Il Presidente del Consiglio dovrebbe avere la facoltà di licenziare i ministri, oggi protetti dai partiti. Il Premier deve inoltre poter sciogliere le Camere nel caso di conflitto o confusione interna. Nell'ambito dell'attuale sistema può farlo unicamente il Presidente della Repubblica. Una regola che non si adatta al sistema maggioritario adottato dal nostro Paese».
La relazione di Antonio Polito non annoia e lui continua: «Anche l'opposizine dovrebbe avere più potere di controllo. Sarebbe necessario, in Parlamento, un vero e proprio Statuto dell'opposizione, si eviterebbero forse quegli atteggiamenti "urlati" che sono oggi inevitabili».

Ma sono due le riforme più urgenti in Italia: «La prima riguarda l'invecchiamento della popolazione». La soluzione più immediata? Riprendere a fare figli. «Ma i figli non si fanno più perchè nelle famiglie prevale la disperazione nei confronti del futuro. La politica non può risolvere il problema pensionistico in questo modo». È una questione culturale e generazionale. «È necessario aumentare l'età pensionabile: ci sono luoghi e lavori in cui l'anziano potrebbe partecipare a un'attività anche solo part-time. Inoltre non si può scaricare sulle nuove generazioni una spesa enorme e ingiusta».

E che dire sulla competizione internazionale? «Non siamo più i soli a produrre» dice Polito riferendosi alla globalizzazione, «non c'è più gara tra noi e gli altri paesi. Il futuro sta nell'economia della conoscenza: basterebbe dare modo ai giovani italiani di apprendere, trasformandoli così in lavoratori preparati e competenti».

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