Magazine Venerdì 6 giugno 2003

La città dei viaggiatori e dei poeti

Magazine - Genova dei Viaggiatori e dei poeti (Editori Riuniti): un libro su Genova non convenzionale. Un percorso più che una guida. Un invito, ma anche un viaggio tra palazzi, vicoli e mare.
Genova sotto. Sopra. «Lì sotto s’accavalla! Un mare in burrasca pietrificato…», diceva Camillo Sbarbaro. La Genova montana ma anche la Genova del mare, la Genova del cielo: «Quando mi sarò deciso d’andarci in paradiso ci andrò con l’ascensore di Castelletto», aggiungeva Caproni in un dialogo immaginario di sguardi sulla città.
Perché quello che è certo è che non si può non rimanere affascinati dalla geografia urbana di questa città. Questa Washington europea, con una sopraelevata che si staglia sul cielo, vicoli malfamati circondati da palazzi aristocratici, una Genova che “appare” di continuo, da una stradina stretta a una grande piazza, lo sguardo si allarga e l’orizzonte con lui.

Dopo una breve analisi sugli spazi architettonici e morfologici, visti sempre nel contesto delle relazioni che hanno scaturito, l’originalità dell’autore è di condurci, come guidati da un filo rosso, nel mondo della letteratura, nel mondo delle parole, passando per il porto e per il mare. E allora scopriamo che Byron trovò nella Villa Saluzzo ad Albaro un riposo amoroso, che Jules Michelet guardando la tempesta di Nervi scrisse La mer, tradotto dalla casa editrice Il Melangolo, peraltro genovese.
Che per Nietzsche Genova fu un ideale di solitudine ed erranza. Una città di Zarathustra in qualche modo, tanto da parlarne ne La gaia scienza: «Aperto è il mare: nel suo cupo azzurro si spinge la mia prora genovese. Tutto sempre più nuovo mi diventa, alle mie spalle è Genova».
Che quello che affascinò di Genova i poeti francesi Rimbaud, Valéry e Frénaud, fu il fascino degli odori che emanava “cibi, droghe, caffè, cacao”. E il silenzio, Le silence de Gênes, opera di Frénaud tradotta da Caproni.

La Genova dei poeti è poi la Genova dei suoi figli. Figli adottivi come il livornese Caproni e il suo «lancinante amore per Genova che mi ha strutto l’intera vita e che traspare così evidente in più di un mio verso», Eugenio Montale e il legame affettivo e conflittuale di chi se ne va per ritornare, Camillo Sbarbaro e le sue passeggiate notturne per essere solo con la propria “voluttà” ad “ascoltarsi”. Dino Campana dal Caffè degli Specchi entro una grotta di porcellana/ sorbendo il caffè/guardavo dall’invetriata la folla salire veloce.

Dalla poesia, passando per le immagini del cinema, dall’Hotel Diramare, la cui atmosfera di degrado e di abbandono fu il set del film Gangsters di Massimo Guglielmi fino all’ultimo Carlo Giuliani ragazzo di Francesca Comencini, si arriva, come un riposo dell’anima e del cuore, alla musica. Luigi Tenco, Ivano Fossati, Umberto Bindi, Gino Paoli, Bruno Lauzi, ma soprattutto Fabrizio de Andrè.
E ci piace concludere questo viaggio che mescola l’arte al sogno, la nostalgia dei luoghi ai ricordi, con le parole di Cristiano de André al padre, che Maurizio Fantoni Minnella cita come saluto: «Per quanto tempo / ti penserò in quelle notti a Genova/ Giù lungo il porto dentro quei bar/ sogni cambiati in spiccioli/ …bevevi troppo, fumavi un po’ perso nella tua musica/ quale silenzio ci confonderà? / quale invisibile padrone / ci sentivamo invincibili». Nessun cantautore è stato mai così in grado di unire l’alto e il basso, lo sporco e il candido. L’ombra oscura che diventava pura liberando tutta la sensualità di una città nascosta che ancora vuole essere scoperta, voluta e per la quale ancora si può struggersi. Come una donna. Nei suoi dedali il cervello, nelle pietre le sue rughe.

Marina Giardina

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