Concerti Magazine Venerdì 6 giugno 2003

Il ritorno dei diavoli di Oxford

Hail To The Thief, benvenuto al ladro! Se c'è una cosa che non si può rimproverare ai Radiohead è la mancanza di coraggio. Coraggio nelle scelte musicali, nel pubblicare, un disco anti-commerciale come Kid A dopo il successo di Ok Computer, coraggio nell'intitolare ora il loro ultimo album Hail To The Thief, riprendendo l'ironica frase che accompagnò la contestata elezione di George "Dabliù" Bush.

I Radiohead sono tra i pochi gruppi in grado, oggi, di scrivere la storia della musica, e ogni uscita di un loro disco si trasforma nell'evento musicale dell'anno. L'attesa questa volta era tutta concentrata sul tipo di sonorità che avremmo ascoltato, le elaborate trame elettroniche e ritmiche di Kid A o piuttosto l'annunciato ritorno alle chitarre e alla melodia di The Bends.

Questo album metterà d'accordo un bel po' di fans: infatti racchiude, nelle 14 canzoni proposte, le sonorità espresse dal gruppo finora, per arrivare ad uno stile Radiohead inconfondibile che, già da tempo, vanta numerosi tentativi di imitazione (Coldplay e Travis su tutti). Il disco potrebbe quasi definirsi 'accessibile', ma ciò non vuol dire che non vada ascoltato più e più volte per poter assimilare quella che sembra musica proveniente da un altro pianeta, un pianeta lontano anni luce dal pop usa e getta che sgorga dai vari network radiofonici ogni giorno. Volendo descrivere ogni canzone dell'album bisognerebbe versare fiumi d'inchiostro: HTTT non è un concept album ma un insieme di brani scritti, a detta di Thom Yorke e soci, in un momento di stato di forte intesa nel gruppo.

Di queste 14 tracce almeno 8 possono essere considerate dei veri e propri capolavori: Sail To The Moon, ad esempio, con la sua atmosfera sognante e psichedelica, roba che se chiudi gli occhi mentre l'ascolti potresti ritrovarti su qualche nuvola verso la Luna. E poi Go To Sleep, con le tanto attese chitarre di Yorke, Greenwood e O'Brien. Where I End And You Begin è un'altra perla del disco, che da sola dimostra come i Radiohead riescano a farti muovere il piede a tempo senza dover picchiare su una batteria, e come la voce di Yorke sia una delle poche in circolazione che riesca a lasciarti un segno nelle orecchie e nello stomaco. There There è il singolo anticipatore dell'album, una canzone che si potrebbe definire quasi orecchiabile se non fosse per l'accezione negativa che di solito evoca questo termine. I Will segna un attimo di pausa nel disco e, per 'fortuna', dura meno di tre minuti: difficile non farsi venire la pelle d'oca per come le voci e l'atmosfera evocata sembrano scavarti dentro mentre l'ascolti. E poi il gran finale, con Myxomatosis, ovvero come ti creo una canzone trascinante senza il solito schema preconfezionato "tema + ritornello"; Scatterbrain, altri tre minuti e mezzo di puri brividi sonori, e A Wolf At The Door, una favola in musica che dovrebbe chiudere l'album e che invece, per la sua bellezza, ti fa urlare "ancora, ne voglio ancora".

E poi le influenze jazz che traspirano da We Suck Young Blood e A Punch-Up At The Wedding, la sezione ritmica ancora in grande spolvero in brani come 2+2=5 e Sit Down, Stand Up, l'elettronica alla Kraftwerk in Backdrifts e The Gloaming.

Dire che Hail To The Thief ha già prenotato il premio come miglior disco dell'anno è il minimo per descriverne la bellezza. Come acqua nel deserto, queste canzoni ci ripagano dal dover ascoltare la solita musica senza anima, e dopo averne assimilato per bene ogni suono e ogni battito, potremmo tornare a chiederci quale sarà la prossima mossa dei cinque di Oxford. Intanto potremo ammirarli dal vivo, a luglio: il 7 a Bergamo, l'8 e il 9 a Firenze, l'11 e il 12 a Ferrara.

Nicola Calabria

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