Magazine Venerdì 6 giugno 2003

Io sono un punkabbici (parte terza)



Piramo apre il portone ed eccola. Berenice. A dire la verità non era ancora Berenice. Era qualcos’altro, qualcosa di sporco ed arrugginito. Aveva addosso la polvere di Canneto il Curto, la polvere di Piazza Banchi, la polvere di via del Campo. Sembrava puzzare di piscio di cane, invece erano i copertoni di gomma che erano marci e mandavano quell’odore. E io che ne faccio? La bici. La tua bici, disse Mate. Io e Hector l’abbiamo trovata nei vicoli e te l’abbiamo portata. Però devi dirmelo subito se la vuoi o no se no la porto dal demolitore a Cornigliano, la rivendo come rottame e coi soldi mi ci compro un po’ di fumo.

Beh, va a Cornigliano e fumatela, voleva dirle, ma poi l’occhio gli cadde sulla ruota posteriore di quella bici. Non ci poteva credere. C’era un vecchissimo cambio a tamburo Sturmey & Archer, inglese, tre rapporti, salita, pianura, velocità, non ne fanno così più da anni. Valeva la pena di smontarlo per vedere come funzionava. Così prese quella bici e la salvò dall’altoforno. Ma non ci lavorò subito. La tenne un po’ in cantina. Non si fidava, non voleva un’altra delusione come per Bice e Anacleto. Poi un giorno in un pomeriggio libero cominciò a smontarla. Pezzo dopo pezzo. Lui seduto in mezzo con attorno ruote, parafanghi, cordine di freni, catene. Lentamente, carteggiandola scoprì le sue vite passate. Prima di essere Berenice era stata celeste, poi blu scuro, poi verde acqua. Arrivò a vedere la sua anima, un telaio Bianchi del 1972, acciaio al carbonio. Una bici da corsa, di quelle veloci, non proprio da gara ma con essa si superavano tranquillamente i 30 Km all’ora e le 90 pedalate al minuto. Dietro alla sella un piccolo borsellino per i ricambi delle camere d’aria. La portò ai Magazzini del Cotone e la lanciò a tutta velocità. Andava come un orologio. Poi a Castelletto e giù per corso Firenze. Piegava in curva come le moto. E nei vicoli il manubrio stretto la rendeva agilissima. Era tornato sé stesso. Quando passava la gente lo riconosceva. Quando si vedeva Berenice parcheggiata in un posto, allora lì c’era anche lui. Aveva di nuovo la sua bici.

Sapete, diceva ai suoi amici, avevo perduto gran parte di me stesso. E l’ho ritrovato. Ma non l’avrò sempre, prima o poi lo riperderò e poi di nuovo sarà con me. Io credo nel bike-crossing, la trasmigrazione delle biciclette. Provate a vedere davvero chi era la vostra bici. Le bici hanno nove vite più dei gatti. Se ne andranno e poi torneranno.
Parlava come se sapesse tutto ciò perfettamente, come una legge della natura. Molti di quelli che quel giorno lo sentirono parlare la sera stessa grattarono un po’ di vernice dalla loro bici e scoprirono le vite precedenti. Quelli che lo chiamavano Zarathustra ora lo chiamavano Siddharta. Molti altri semplicemente Piramo, il punkabbici.

Giacomo Revelli

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