Magazine Venerdì 6 giugno 2003

Io sono un punkabbici (parte seconda)



E aveva convinto già un po’ di persone a fare come lui. C’era la Ivonne che girava in salopette con la sua Greta, una Bianchi verde acqua dei tempi della Rivoluzione Culturale di Mao, Erik, un vero biker con tanto di tatuaggi e Nemo, la sua mountain bike iperammortizzata, ma anche gente normale come Ezio, che faceva il commercialista, e quando pedalava sulla sua Ringo, sembrava uno dei Righeira. Piramo e i suoi amici si trovavano spesso in Piazza Matteotti. Lui parlava da uno dei gradoni e la gente si fermava chi ad ascoltarlo chi a deriderlo. Qualcuno lo chiamava Zarathurstra, qualcuno Carlo Merckx, qualcuno semplicemente Piramo, il punkabbici.

Ma la storia con Bice purtroppo non durò a lungo. Tutto successe una sera nei vicoli. Piramo e Bice si salutarono, ciao salgo in casa, ci vediamo domani mattina, andiamo insieme al lavoro. Le diceva queste parole legandole al collo un catenaccio rosso come di corallo che le aveva appena comprato. Ma il giorno dopo fu l’unica cosa che trovò di lei.
Non capì mai perché se ne fosse andata, perché fosse sparita così all’improvviso. Chi poteva averla rapita? Tutti lo conoscevano e, del resto, nei vicoli si è tutti uguali, no? Che differenza fa avere o no una bici rossa o nera o essere a piedi?
Ci mise un po’ a riprendersi. Non era più lo stesso, provò a prendere il 18 per andare a lavorare, ma si sentiva soffocare e doveva pure svegliarsi mezzora prima perché c’era sempre traffico e arrivava in ritardo. Tutte le strade gli sembravano ostili, piene di divieti e di semafori che facevano perdere tempo. Poi arrivò Berenice, ma non subito, in mezzo ci fu Anacleto.
Anacleto era un ciclò alla francese, con il manubrio alto e senza marce. Era una bici da pianura grossa e pesante assolutamente non adatta a Genova. Colore rosso scuro, ma sotto trapelava del verde a tratti. Aveva un portapacchi davanti e uno dietro, come le bici dei fornai di una volta. Anacleto fu un dono di un amico, ma era una testa un po’ matta, non frenava molto in discesa e quando pedalava emetteva un rumore di ferraglia. Alla fine Piramo capì che quel rumore era solo il pedale che batteva sul copricatena e dedicò un po’ di tempo a metterlo a posto.

Sapete, riparare una bici non è poi un lavoro così difficile, ma va affrontato nel modo giusto. Se vi si rompe la macchina o lo scooter non c’è niente da fare: dovete andare dal meccanico e fidarvi di lui. Ma per la bici il discorso è diverso, potete fidarvi soltanto di voi stessi e fare tutto da soli. Beh, all’inizio magari sembrerà un po’ complicato, ma poi tutto diventerà più semplice. E vi darà una gran soddisfa. Piramo era bravissimo in questo. Nei casi critici smontava e rimontava. Si circondava di ruote, manubri, parafanghi. Lui al centro a gambe incrociate come se stesse meditando. Così finché non capiva il problema, poi una volta avuta l’illuminazione ricostruiva tutto con una velocità impressionante.
Anche Anacleto non durò molto. Fu demolito da alcuni teppisti e poi fatto sparire senza che neppure lui se ne accorgesse. E’ dura la vita delle bici in questa città. Piramo la prese male.
Decise che per un po’ non si sarebbe più legato a nessun’altra bici. Era tornato alla vita del single-pedone. Uno come tanti, ma più incazzato di tutti gli altri. Aveva preso la mania di camminare secco, pugilando nel vuoto. Attraversava le strade con il walkman a palla, con i Pearl-Jam o i Nirvana nelle orecchie sferrando destri o sinistri in aria. Qualche gancio, a volte. Nessuno gli si avvicinava, neppure quelli di Lotta Comunista in via Balbi o i testimoni di Geova. Sembrava il Rocky Balboa dei tempi migliori, tipo quello che sale in cima al monumento urlando adrianacel’hofatta.
Poi arrivò Berenice. Ah, Berenice se Piramo avesse saputo subito che eri così. Una sera una sua vicina di casa lo chiamò al citofono, verso le otto. Piramo, sono Mate (Matelda, 23 anni, capelli rasta con Spike, il cane) . Che vuoi, sto cenando, lasciami in pace. Niente, Piramo, ho una cosa per te. Potresti scendere un secondo. Bau di Spike. Ma porcaputt…sto cenando…che caz…e vabbè.

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