Magazine Venerdì 6 giugno 2003

Io sono un punkabbici

Magazine - Questa è una vera storia d’amore. Magari un po’ strana, antitecnologica se volete, ma comunque una vera storia d’amore. La storia dei due amori di Piramo: Bice e Berenice.
Tutto cominciò quando Piramo vide Bice appoggiata ad un cassonetto della spazzatura in una traversa di Corso Aurelio Saffi. Una domenica d’agosto, mezzogiorno circa, il sole rendeva rovente l’asfalto della strada. Bice era appoggiata lì, senza molta cura assieme ad una damigiana di vino sfondata e qualche sedia da giardino, di quelle di plastica che compri a poco nei supermarket e prima o poi ti si rompono sotto il culo. L’aspetto dimesso, non era in gran forma. Tutta impolverata, le gomme a terra, nulla più brillava in lei. Ma lo attirò lo stesso. Piramo stava andando al mare con Vercingetorige, la sua mountain bike. Si fermò e girò un po’ attorno a quel cassonetto. Faceva così caldo che le sue All Star Converse stavano per sciogliersi a contatto con l’asfalto. Poi, sì, decise di portare Bice a casa sua. Ma non doveva perdere tempo, doveva farlo subito, qualcun altro poteva vederla e innamorarsi di lei, proprio come aveva fatto lui. La accompagnò a casa, la chiuse nella sua piccola cantina e poi se ne andò al mare.

Bice era una bellissima Legnano del l968. Le ruote grandi, cambio a quattro rapporti e telaio a canna per portarci su le ragazze d’estate. Quando Piramo qualche sera dopo cominciò a pulirla scoprì i particolari delle sue vite passate. Si accorse che il suo colore originale non era quel grigio topo che aveva addosso quando l’aveva trovata, ma un bel turchino metallizzato, molto elegante, anche se la ruggine aveva ormai rovinato tutta la sua verniciatura. Le cromature, poi, non esistevano più.
Da giovane Bice doveva essere davvero bella. Poi qualcuno l’aveva riverniciata e usata per un po’, infine l’aveva abbandonata in una cantina polverosa finché non sgomberò il locale e Bice finì così nella spazzatura assieme alle damigiane e ai mobili rotti. Dovete avere una bella dose di entusiasmo per mettervi ad aggiustare una bici in quelle condizioni. La ruota posteriore era praticamente da buttare. A quella anteriore mancava qualche raggio ed era tutta sbilenca. Ma in questi casi dovete pensare al futuro e Piramo pensava al futuro. Pensava a lui e alla sua Bice, alle strade che avrebbe percorso, alle salite da vero scalatore o alle dolci discese come via S. Lorenzo. Pensava ad arrivare in cima, lassù in spianata, magari d’inverno, pedalando con il cappotto che vi si vede il fiato, o a scendere giù da piazza Matteotti a maggio inoltrato con la camicia aperta e l’aria nei polmoni.
Perché, vedete, Piramo era fatto così. Usava la bici per qualsiasi cosa, se la portava sempre con sé e perciò rinunciava a qualsiasi altro mezzo di trasporto. Non gli piaceva vedere tutte quelle macchine ferme ai semafori, un’auto una persona. E neppure tutti quegli scooter che rompevano il silenzio dei vicoli notte e giorno. E neppure lo trovavate mai pigiato dentro il 18 nelle ore di punta. Usava solo la bici e andava in giro sempre e solo con quella. Forse fu per questo che cominciarono a chiamarlo punkabbici, Piramo il punkabbici.

Bice fu pronta in una settimana di lavoro. Piramo la dipinse di rosso, le ripassò le cromature, olio per la catena ed il cambio. Era la sua terza vita, Bice era alla terza vita. E che vita. Lei e Piramo facevano assieme tutte le cose che fanno assieme i veri fidanzati. Salivano assieme con l’ascensore in spianata Castelletto per mangiare la cassata da Don Paolo, andavano al cinema, a teatro, o facevano gite bellissime e poi si buttavano in pizzeria. Piramo la teneva per mano in giro per i vicoli affollati, incontravano amici, lei lo aspettava puntualmente all’uscita dal lavoro. Qualche volta la sera lui la portava in camera sua e poi dormivano assieme. Erano fatti l’una per l’altro.
La bici non è soltanto un mezzo di trasporto, è uno stato mentale, diceva Piramo ai suoi amici. Non penso mai ad usarla solo per spostarmi, la uso per pensare. Noi che andiamo in bici per questa città non pedaliamo, pensiamo. Abbiamo più tempo per vedere tutte le cose attorno, per accorgerci di come vive la strada e la città. E non abbiamo mai fretta. Vediamo più cose che dal finestrino di un’auto o dalla visiera del casco di una moto. Il tutto andando al lavoro o all’Università o altrove proprio come quelli che ci vanno in scooter o in auto, senza nessuna fretta. La nostra città non è soltanto un luogo da attraversare, ma un luogo della mente, dello spirito.

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