Io, nomade per vocazione - Magazine

Viaggi Magazine Giovedì 5 giugno 2003

Io, nomade per vocazione

Magazine - Pietro Tarallo e il suo karma. Quello che lo porta a viaggiare. «Per me è così da sempre. D'altra parte sono nato sotto il segno dei gemelli».
Ma mercoledì 4 giugno questo famoso autore di guide turistiche era a Genova, e più precisamente al di piazza Banchi, per raccontare ai rapiti spettatori dei suoi viaggi nell'America Latina, tra mercatini dalle mille sorprese e incontri straordinari.

A fianco a lui Neida, un'ecuadoriana che da trent'anni vive a Genova e che narra le bellezze del suo paese d'origine. E così ricorda i grandi mercati caratterizzati dai bordados, camicie ricamate a mano, e dai maglioni di lana di lama.
Nella città di Cuenca si producono i Panama, sombreri il cui nome deriva dai cappelli indossati dai costruttori del celebre canale. Oggi hanno costi altissimi e sono acquistati dall'alta società: Lady Diana ne aveva in grande quantità e lo stesso Bill Clinton ne possedeva uno, costosissimo.

Il viaggio prosegue e ci ritroviamo nell'Oceano Pacifico. Nel mercato della capitale dell'Isola di Pasqua, Tarallo ha fatto incontri indimenticabili. Dal francese dal buffo soprannome, Obelix, somigliante al celebre protagonista dei fumetti e padrone di un ristorante, ad avventurieri e giramondo che hanno fatto dell'Isola la loro casa, attratti com'erano dalle sue bellezze. E poi Juan, che con le ossa dei pesci crea splendidi monili lavorando le vertebre e le spine degli squali.

Si vola poi verso Santiago, capitale del Cile, con i suoi ristoranti a base di pesce. In Bolivia si coltiva, invece, la foglia di coca, che non viene considerata una droga: è uno stimolante che toglie la fame e la stanchezza. Ma è soprattutto un segno di pace che ci si scambia in chiesa. L'avreste mai detto?
E nel mercato c'è anche un angolo oscuro che farebbe la gioia degli italiani, definiti popolo di maghi con un'attenzione particolare per il futuro. In quell'angolino nascosto i curandes, esperti in medicina naturale, e i brucos, che invece leggono la mano e fanno fatture, creano pozioni utili al loro lavoro: si tratta di feti essiccati dei lama. E noi ci lamentiamo per una Novalgina.

Il pensiero di Tarallo vola ancora in Perù, dove ancora si commercia tramite l'antico baratto, e da lì all'altrettanto affascinante Panama, che compie quest'anno cento anni d'indipendenza, pur avendo subito il controllo nord-americano sul canale fino al 1999. Qui le donne fanno dei patchwork in cotone detti molas, componendo figure astratte o geometriche dai colori forti e armonici. La leggenda vuole che siano state le antenate a trasmettere loro questa sapienza. E oggi le creazioni più originali vengono esposta nelle più importanti gallerie americane e vendute a prezzi altissimi.

Interessante è anche il centro artigianale a sud di Managua, in Nicaragua, dove il legno viene dipinto e scolpito.
A colpire Tarallo è soprattutto la grande sapienza femminile: nell'Onduras le donne sono diventate indipendenti e hanno creato delle cooperative. Nei mercati si trovano bellissime ceramiche dipinte con figure zoomorfe e originali oggetti in paglia.
Il popolo ha mantenuto le antiche tradizioni dando vita a cerimonie in antica lingua maya. E bevendo Coca Cola. «In questa globalizzazione del gusto la Coca Cola ha fatto breccia anche negli indios: l'effetto è quello della dilatazione dello stomaco, ma per loro significa solo che il male esce dal corpo, così come il santo che li protegge», spiega l'incallito viaggiatore.

Ma il bagaglio culturale di Pietro Tarallo non è fatto unicamente di mercati e costumi delle popolazioni. «Gli odori e l'olfatto sono altrettanto importanti nel mio lavoro. All'interno delle mie guide turistiche propongo infatti ricette tipiche dei luoghi che visito. Dedico inoltre spazio al cinema e alla musica».
Mi chiedo se quella di Tarallo sia una vita semplice. «E' pur sempre un lavoro, inoltre i miei viaggi mi tengono lontano da casa per quattro o cinque mesi all'anno. Il mio "buen retiro" è a Pieve Ligure. E poi c'è la mia Genova, città che mi riserva sempre una splendida accoglienza. Tornare qui è come tornare a casa».

Nella foto un esempio di molas

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