Magazine Martedì 25 luglio 2017

Frantumi, la graphic novel di Masi e Petruccioli: un racconto sulla fragilità

Un dettaglio della copertina di Frantumi

Magazine - C’è una crepa in ogni cosa. È così che entra la luce  (Anthem – Leonard Coen).

La Stazione di Roma Termini e la vita che scorre come cornice ad uno scambio di messaggi, frasi pensate e non dette, cose da dirsi cercando coraggio e parole giuste per farlo. La stazione come crocevia di vite che si sfiorano: viaggiatori di scala mobile, una signora che parte, un clochard che dorme, una ragazza al telefono sotto l’occhio dell’edicolante. La scena appare congelata, come a fissare un momento importante.

A vivere quel momento sono Mattia e Silvia, i protagonisti  di Frantumi, la bella storia scritta da Giovanni Masi e disegnata da Rita Petruccioli (ED Bao Pubblishing, 124 pp, 18 Euro). Nelle tavole iniziali, e durante uno scambio di messaggi ben rappresentato, conosciamo molto della loro storia, soprattutto dei dubbi e della forza che hanno utilizzato per superarli. Intrigante l’idea di dialogo a distanza nel quale si mettono in luce i passaggi tra la prima stesura di un messaggio e la sua versione definitiva.

Facile in quel scrivo-cancello-scrivo-invio ritrovarsi complici, facile riconoscersi in rapporti spesso messi in crisi da una frase sbagliata scritta nel momento sbagliato. La scelta delle parole da inviare in un messaggio è un’attività relativamente nuova per le relazioni sociali, ma allo stesso tempo decisiva. Una parola affidata a un social media, viene presa dalla rete e amplificata. Quella giusta aiuta, quella sbagliata è capace di creare solchi incolmabili, ferite che non si cicatrizzano e risentimenti.

A dominare la scena sono proprio i sottintesi, i non detti, i pezzi di una storia tenuta assieme certo, il loro rapporto non è in crisi, (eppure) eppure in equilibrio precario. Se è la difficoltà a comunicare a dominare la scena in un incipit estremamente ben scritto, il volume si pone con forza per essere letto come metafora ben più profonda sulla fragilità delle relazione e delle persone.

In Perfetti Sconosciuti, al culmine del magnifico film di Paolo Genovese, Rocco (Marco Giallini) dice con rassegnata consapevolezza: «Siamo tutti frangibili». La fragilità, questo il tema che lega il volume.  Il concetto di mondo che crolla sotto i piedi smette di essere modo di dire, e diventa per Mattia una situazione reale. Un messaggio che arriva senza filtri ed il mondo, letteralmente, crolla.

Di fronte alla sfida più grande che deve affrontare, quella che chiamerà all’azione l’uomo che sarà, Mattia si trova catapultato in un mondo a brandelli, soccorso da una nave improbabile che solca un mare rosso, fino all’approdo in un mondo dove tutto, persone incluse, è fatto a pezzi. In questo mondo Mattia, come tutti, non ha memoria del momento in cui tutto è crollato, e proprio la ricerca del ricordo, il frammento perduto, diventa ricerca della forza per saperlo affrontare.

Ad aiutarlo in questo suo percorso c’è Laila, una ragazza che lo accompagna come Virgilio con Dante nel viaggio di ricostruzione; attorno a loro personaggi più o meno integri, ciascuno con il suo personale inferno da domare o subire. Storie appena sfiorate, ma colte con l’empatica consapevolezza di chi le emozioni le sa tradurre in immagini.

Ad un racconto essenziale ma tutt’altro che superficiale, si accompagnano disegni definiti da linee nette e colori puri, e nei quali le sfumature non sono ammesse. Nessuna sfumatura, nessun compromesso; due le strade. Emergere dal mondo fatto a pezzi oppure diventarne parte.  La forza della scrittura, unita ad un tratto essenziale, netto, ordinato, rendono la lettura un ottimo percorso di analisi nel quale è estremamente facile ritrovarsi. Facile rivedere in quel mondo il proprio. In questo contesto la ricerca di Mattia, come per quella per il senno di Orlando fatta da Astolfo, diventa l’occasione per cercare di comprendere e ricomporre le crepe e i pezzi che ci raccontano, guardare alla luce che passa attraverso esse come l’inizio di una ricostruzione.

Il viaggio di Mattia è un viaggio comune, vero, ma mostra quanto sia enorme la necessità di accettare anche la prova più dura come punto di partenza per uscirne più consapevoli e forti. Un vecchio detto recita che quel che non uccide, rende più forti; un motto che portato sui rapporti sociali assume un significato più profondo. Quello di Mattia è certamente un viaggio noto, eppure la scrittura scelta, la forza dei personaggi, il giusto connubio tra narrazione, disegni e colore, lo mostrano sotto una luce tutt’altro che scontata.

Facile che l’esperienza letta diventi ricordo di quando è stato il nostro il mondo andato a pezzi, nostri i frammenti lasciati per strada, nostra la forza di ricomporli. Il volume infatti, pur permeato di temi di grande impatto emotivo, non racconta di una rassegnata disperazione, ma della necessaria forza per poterla superare.

Leggiamo di Mattia e non cogliamo l’abbandono ad un’apocalisse dell’anima dalla quale è impossibile tornare, ma la tenacia nel volersi ricostruire. Il ragazzo che incontriamo al bar, all’inizio è perso in un mondo statico, rassegnato di fronte a un destino più forte. Poi cresce, affronta dubbi e paure, e decide di fare i conti coi suoi fantasmi, i suoi Frantumi, e la sua scelta è inevitabilmente la nostra.

Se il volume offre ottimi elementi di riflessione, una relazione non è mai una gita nella quale non piove mai, è la quarta di copertina ad avere un potere evocativo enorme perché, è vero, siamo frangibili ma siamo anche molto di più della somma dei nostri frantumi. Per guarire dalle proprie ferite, bisogna prima capire cosa si è perso. Per accettare le proprie cicatrici, bisogna prima rimettere insieme tutti i pezzi. Perché, dopo il dolore, siamo molto più della somma dei nostri frantumi.

di Francesco Cascione

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