Magazine Mercoledì 28 maggio 2003

La Genova di Tabucchi

Professore al dipartimento di Italianistica a Genova, Luigi Surdich compare nella dedica di uno dei capitoli dell’ultimo libro di Antonio Tabucchi Autobiografie altrui-Poetiche a posteriori edito da , uscito da un paio di settimane nelle librerie.
Genova e Tabucchi. Già ne Il filo dell’orizzonte, sempre di Feltrinelli, l’autore aveva descritto la nostra città nel seguente modo: «Ci sono giorni in cui la bellezza gelosa di questa città sembra svelarsi: nelle giornate terse, per esempio, di vento, quando una brezza che precede il libeccio spazza le strade schioccando come una vela tesa. Allora le case e i campanili acquistano un nitore troppo reale, dai contorni troppo netti, come una fotografia contrastata, la luce e l’ombra si scontrano con prepotenza, senza coniugarsi, disegnando scacchiere nere e bianche di chiazze d’ombra e di barbagli, di vicoli e di piazzette».

Sembra di vedere la Cattedrale di S.Lorenzo, le piazzette, luogo di incontro della movida genovese. Genova, la città degli incontri, del pudore, delle parole non dette. Genova città degli interstizi di molti dei libri di Tabucchi. Tempo sospeso tra quello che è stato e quello che non ha ancora potuto essere.
Genova città delle possibilità mancate nel suo mugugno. Nelle anticipazioni del futuro. Genova che ha il silenzio al posto del cuore, il vento al posto dello stomaco.

L’ultima opera di Tabucchi è ancora una volta improntata sul ricordo, il ricordo delle voci che lo hanno accompagnato e poi a un certo punto lo hanno lasciato, voci perdute tra i vicoli, frasi nelle quali ha inciampato, memorie del padre che gli ritornano in sogno.
Riguardando al proprio passato e alle proprie opere lo scrittore va a trovare le occasioni che lo portarono a dare vita ai suoi personaggi. «Il dottor Pereira mi visitò per la prima volta in una sera di settembre del 1992»...«Era qualcosa di vago, di sfuggente e di sfumato, ma aveva già voglia di essere protagonista di un libro: era solo un personaggio in cerca di autore».
Aggirandosi per le strade di Via Cairoli Tabucchi, riportando il testo di una lettera indirizzata al regista che trasse il film dall’omonimo romanzo Il filo dell’orizzonte, ci fa respirare la scrittura come voce segreta, come privilegio, come scambio furtivo di parole rubate. Un discorso sulla letteratura il suo, un discorso colto e dotto che cita anche Maurice Blanchot e Henri Bergson, il tutto sopportato dalle immagini di una Parigi che da anni lo accoglie e lo traduce.

In scena e dietro le quinte i suoi ricordi, fantasmi ed ossessioni di una vita di scrittore e di uomo. Ancora una volta ci fa conoscere le sue inquietudini per usare una parola tanto cara a Pessoa che proprio Tabucchi ha fatto conoscere in Italia.
Sono le inquietudini a farci scrivere, le ombre oscure a farci parlare, volti a cui cerchiamo di ridare un nome, una parola appunto.
«Immaginate voci amate/di coloro che sono morti o come i morti /sono per noi perdute./ A volte ci parlano in sogno/ a volte ci vibrano nel petto./ E con la loro voce, per un istante appena, torna l’eco/ della prima poesia della nostra vita, come una musica lontana che svanisce nella notte». Con questa poesia di Kavafis Tabucchi ci indica il suo sentiero e ci mostra le sue nostalgie, perché poi alla fine si ritorna dove siamo stati felici. E Tabucchi ritorna sui suoi libri, sui luoghi suoi privilegiati di questa geografia del desiderio che è la letteratura.

Marina Giardina

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