Concerti Magazine Mercoledì 28 maggio 2003

Quando i Beatles impazzivano per Berio

Ieri, 27 maggio 2003 si è spento a Roma uno degli ultimi maestri del Novecento musicale europeo, Luciano Berio.
La sua figura si sovrappone a quella di altri artisti e intellettuali: ci riferiamo alla fertile stagione, ricca anche di polemiche costruttive, che prese terreno intorno al 1963. Proprio in quell’anno nasce la collaborazione con uno dei maggiori esponenti del Gruppo 63, Edoardo Sanguineti. Il frutto di questo connubio fu la controversa opera Passaggio che ripropose l’intesa tra operista e librettista, dimenticata dopo i fasti del melodramma ottocentesco. L’affiatamento e la solidità di comuni presupposti poetici e ideologici saranno alla base di altri lavori fondamentali quali Laborintus II e A-Ronne.

Opera significa voce: un ricordo non solo musicale ma (soprattutto) affettivo per quella voce che fu sua moglie Cathy Barberian, una delle interpreti più rivoluzionarie del canto contemporaneo, incapace di rimanere entro i domini dettati dall’accademia. Per lei Berio rispolverò un oggetto esterno al Conservatorio come la canzone popolare, in barba ad ogni latitudine (le Folk Songs spaziano dal melos mediterraneo alle liriche americane) e tempo (le curiosità per il pop, in particolare i Beatles).

I Beatles: il 24 febbraio del 1966 in occasione di una conferenza tenuta a Londra, quando Berio era lettore alla Juilliard School of Music di New York, Paul McCartney, affascinato dall’ascolto di Laborintus II, tentò di avvicinarlo nonostante la fastidiosa “scorta” del personale dell’ambasciata italiana. Eppure da quello scambio di poche battute nacque qualcosa: i Beatles si appassionarono ai collage elettronici e Berio si appassionò ai Beatles a tal punto da fare delle trascrizioni per il gruppo corale francese Swingle Singers.

Musicista d’avanguardia ma anche sperimentatore, ricercatore di nuove sonorità: scavalca la timbrica tradizionale e secolare dello strumento acustico per esplorare le frontiere inedite dei primi generatori di suono sintetico. Con Bruno Maderna fonda a Milano, nel 1954, lo Studio di fonologia musicale della Rai, uno dei centri caposaldo della nascente “onda elettronica”. In quel contesto compone Thema. Omaggio a Joyce, Momenti e Visage, brani che aprono le porte ad un nuovo modo di fare e concepire la musica. Questa strada sarà seguita da Nono, Stockhausen e Pousseur e troverà un facile varco dopo quasi venti anni nelle zone di frontiera della musica pop (qualche nome? Eno, il primo Battiato e Sakamoto).
Sicuramente questa eredità musicale a trecentosessanta gradi non cesserà di regalarci sorprese.

Riccardo Storti

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