Magazine Mercoledì 14 giugno 2017

Lilith, l'epilogo della saga decennale di Luca Enoch

Magazine - «Gea vive in un mondo molto simile alla nostra Europa, piena di slanci democratici ma pronta a internare e sfruttare le masse di poveri che battono alle sue porte. I profughi dimensionali che Gea cerca di contenere sono un'allegoria neanche tanto dissimulata dei migranti che cercano qui da noi condizioni di vita migliori».

 «Il tempo di Lilith è il presente in cui è immersa».

 In due momenti, circa dieci anni fa, Luca Enoch spendeva queste parole raccontando delle sue due creature di carta e china volute da Sergio Bonelli e pubblicate dalla casa editrice che porta il suo nome.

 «Dopo tanti anni di esperienza editoriale – scriveva Sergio Bonelli sul primo numero di Lilith - mi riesce difficile, credetemi, trovare un’etichetta con cui catalogare le storie di Lilith». Nel 2007 Gea, al suo epilogo, mostrava in un mondo nuovo, sopravvissuto ad una guerra millenaria; un mondo ferito eppure proiettato verso un futuro di fratellanza.

La protagonista  – adulta e con un bimbo accanto – si stagliava verso sole nuovo. Lilith era ed è stato qualcosa di completamente diverso.

La crono-agente dai capelli corvini si è presentata da subito come un personaggio profondamente diverso dalla sua sorella bionda. Più tormentata, più adulta, condannata a fare scelte radicali perché radicale era la sua missione: salvare l’umanità dall’estinzione o soccombere provandoci.

Una ragazza fragile e sola, circondata da uomini e donne appartenenti ad epoche lontane della sua, e quindi morti da secoli ai suoi occhi. Eco di un’umanità al crepuscolo.

Nei 9 anni passati in sua compagnia Lilith è stata il punto di vista inatteso sui drammi della storia degli uomini; partita dalla Guerra di Troia – cantami o diva del peliade Achille – ha attraversato e riletto eventi cardine della nostra Storia: la Grande Guerra nell’incubo della trincee, la caccia alle streghe, la conquista spagnola, la rivoluzione americana e perfino le scorribande dei pirati.

Ogni volta Enoch ha mostrato la crudezza della Storia che non fa sconti a vincitori e vinti, alternata a momenti di riflessione. La missione di Lyca, la guida dello Scuro, i dubbi sollevati dai cardi, gli agenti del maleficio da debellare, tutto al servizio del lettore ora sicuro, ora incerto.

Ogni volta che un capitolo veniva chiuso è stato inevitabile ritrovare nel punto di vista di Luca punti in comune, dubbi analoghi sul rapporto tra Uomo e il bene possibile e il male necessario. Ogni volta avere la coscienza di essere di fronte ad un opera, autoriale, curata dal suo creatore nei dettagli, degna di essere letta e riletta.

In questi giorni Lilith è arrivata al suo capitolo conclusivo. Chi ha cominciato a leggerlo al suo esordio adesso, diciotto numeri dopo, si trova addosso 9 anni di più – il numero 1 usciva a pochi giorni dalla nascita di mio figlio – e con attorno un mondo sospeso tra timore e speranza, nel quale quello che sta germogliando è temibile quanto il Tricanto immaginato e scritto da Enoch.

La premessa doverosa è che il numero finale di Lilith chiude le trame, aprendo a nuove interpretazioni il personaggio e tutte le sue interazioni; il numero 18 sa colpire con forza non solo per la qualità – alta – della storia che racconta, non solo per il tratto di Enoch, realistico e personale, ma soprattutto per la forza con cui costringe a fare i conti con scelte, paure, possibilità quotidiane.

Lilith, provata da un viaggio segnato da sangue e lutti, viene messa di fronte all’ultima prova, la più dura: come concludere la propria missione? Quale scelta è quella in grado di preservare l’umanità e salvare al tempo stesso l’essenza stessa dell’essere umano?

 Il genere umano visto attraverso gli occhi di Lilith e dello Scuro è in balia di un mondo in cui domina la paura di soccombere ad un potere più forte e quindi votato alla conseguente violenza con la quale tale paura è contrastata.

Un mondo che, fuori dalle pagine del fumetto, conosciamo bene. Enoch sa leggere il presente, lo ha sempre fatto. Se la scanzonata satira di Spryliz traduceva in fumetto l’importanza della cultura underground nei 90 mostrandone il potenziale artistico in contrapposizione con la Milano da bere, Gea, a cavallo del nuovo millennio, individuava con accuratezza come la sfida più importante per l’Europa che muoveva i suoi primi passi fossero le scelte di incontro e condivisione con i mondi portati in dote dai disperati che si ammassavano allora come oggi lungo le sue coste.

Lilith, se possibile, sposta l’asticella ancora più in alto. È il frutto artistico di una riflessione sul genere umano, mostrato in un mondo senza arte, senza Meraviglia, nel quale a dominare sono la prepotenza, la violenza, la guerra. La spinta che offre però non è nichilista, ma di speranza.

Lilith resta umana, e noi con lei.

Il genere umano – è il messaggio – ha talento nel mostrare il proprio peggio, ma ha anche la forza di sperare, di credere, di fidarsi e crescere anche di fronte all’incombere dell’apocalisse. A chiusura del proprio ciclo narrativo, Lilith si offre ai lettori come un momento di riflessione nel quale, inevitabilmente, accanto all’emozione per la storia che finisce e il senso di vuoto che accompagna la coscienza che non ci sarà un numero 19, viaggia la commozione per una storia chiusa in modo magistrale – le ultime tavole sono liriche per intensità narrativa e per il disegno - da un autore che non può non considerarsi un maestro.

Lo era vent’anni fa, lo è oggi. L’epilogo commuove, lascia un senso di angoscia che spinge a riflettere su un mondo che odia, tanto, ma che allo stesso tempo è capace di slanci carichi di speranza in un futuro di pace.

Tutti questi elementi ne fanno un’istant cult, una saga che mostra quale sia lo stato di salute del fumetto autoriale italiano e che inevitabilmente verrà riedita dalla Bonelli, riproposta perché sia accessibile a tutti: a chi conosce Enoch da quando era un universitario idealista e carico di speranza, e che continua ad ammirarlo anche nelle vesti di un quarantenne apparentemente disilluso, e soprattutto da destinare a chi lo scopre magari oggi e che avrà l’occasione di guardare il mondo attraverso un cannocchiale fatto di parole, china e nuvole parlanti.

di Francesco Cascione

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