Magazine Martedì 20 maggio 2003

Scrittura cubista da leggere d'un fiato

: scrittore e giornalista. Fin qui niente di strano. Ma Covacich è anche un cultore della maratona: non una disciplina sportiva, ma una vera e propria , dice (nella foto in alto è a New York, il 7 novembre del 1999). E di maratona si parla nell’ultimo romanzo dello scrittore triestino, A perdifiato (Mondadori), libro che Covacich presenterà a Genova, alla Fnac, mercoledì 21 maggio alle ore 18 assieme a Laura Guglielmi.

Cos’è per te la maratona? E che ruolo ha in questo libro?
«La maratona è la mia passione, ma questo non è certo un libro sportivo. Quello che mi interessava era di far emergere lo sport come metafora della contemporaneità: la ricerca costante della prestazione, la pretesa di dover essere sempre al massimo. Io ho voluto rappresentare una situazione tipica dei nostri giorni: quella di adolescenti che, una volta individuato il proprio talento, sono disposti a sacrificare la propria vita per “arrivare”. È la logica che porta al doping».

Il punto di partenza non è quindi la maratona…
«La corsa è solo il mestiere dei protagonisti. Volevo costruire un romanzo su un protagonista dilacerato, poi mi è venuto naturale inserirlo in un contesto dove avesse un forte peso la maratona. Ma questo è un romanzo sulla corsa non più di quanto non lo siano Underworld sul baseball e Infinite jest sul tennis».

Hai parlato di un protagonista, Dario, dilacerato. È un’eccezione o una condizione che caratterizza la nostra epoca?
«Credo molto nel raccontare la vita che mi circonda. E guardandomi intorno vedo un’umanità compromessa, impura, non edificante: non c’è più un modello etico. Eppure, in questo spaesamento ci sono forti momenti di umanità. Dario non è un inetto, è uno che si lascia un po’ agire, uno che non ha il tempismo giusto per reagire: la palla gli arriva troppo veloce e lui non riesce a respingerla».

Per rendere l’incapacità decisionale di Dario usi un artificio narrativo molto efficace, con continui intrecci di passato e presente nello stesso flusso narrativo…
«Mi piace molto complicare la narrazione. Passare dal presente al passato e viceversa all’interno dello stesso flusso dà l’idea del dilemma costante di Dario. È come se il lettore fosse nella sua testa. È un modo di procedere un po’ “cubista”, ma risponde a una verosimiglianza di pensiero. In un certo senso è un processo che somiglia al montaggio cinematografico: Dario monta continuamente i suoi pensieri nella testa».

Anche la tua scrittura è fatta di montaggi: usi stili diversi, inserisci e-mail, dialoghi telefonici, sms, reportage giornalistici…
«Si tratta di una scelta di poetica. Provo una certa irritazione per la vita intesa come un romanzo. Ormai sembra che dobbiamo vivere come in una fiction. La nostra esistenza sembra impostata come un enorme romanzo collettivo. Io penso che la letteratura debba fare il procedimento inverso: non bisogna portare il romanzo nella vita, ma la vita nel romanzo. Quindi sporco la letteratura con elementi spuri, come le e-mail, i servizi giornalistici, gli sms. Si tratta di trasformare ciò che non è letterario in poetico».
di Donald Datti

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