Magazine Martedì 13 maggio 2003

Il meglio lo trovi negli scarti

Inutile star qui a fare tanti convenevoli. Conta poco che vi dica che Paolo Nori è uno dei migliori scrittori italiani, uno dei pochi che abbia cercato (e trovato) una via personale nel panorama letterario degli ultimi anni. Perché Nori è uno di quegli scrittori di cui non si deve stare tanto a discutere: bisogna leggerli e, quando se ne ha l'occasione, ascoltarli.

Se lo conoscete, sicuramente lo adorate, lui e il suo alter ego, Learco Ferrari. Se no è bene che corriate in libreria a comprare i suoi romanzi. Cominciate dal primo, Le cose non sono le cose, o dall'ultimo, Gli scarti, poco importa, purché colmiate questa lacuna imperdonabile.

E dopo aver passato la notte a leggere i suoi libri (non scrive noir, ma vi incolla alla pagina), fate un salto a conoscerlo, mercoledì 14 gennaio alla Feltrinelli di via XX. Nori, a partire dalle 17.30, presenterà il suo Gli scarti assieme a Laura Guglielmi. Un solo consiglio: non perdetevelo.

Leggendo Gli scarti sembrerebbe tu abbia un rapporto conflittuale con le presentazioni dei tuoi libri, è come se ti aspettassi sempre qualche catastrofe...
«I miei libri non sono autobiografici, però questo sentimento della catastrofe imminente mi piace».

Hai esordito con piccoli editori, Fernandel, poi Derive Approdi: come è stato il passaggio alla grande editoria?
«Ma c’è da fare un esame, per diventare editori, che vi insegnano a ragionare al contrario, o siete proprio così dalla nascita? dice il protagonista di Bassotuba non c’è all’editore che sta per pubblicare il suo primo romanzo».

Da magazziniere part time–scrittore a scrittore e basta: si riesce a vivere di sola scrittura? Che consiglio daresti a un aspirante autore, a parte togliere il Free Cell dal computer?
«Io magari tra due anni non trovo più nessuno che mi pubblica i libri, ma per il momento, pubblicando due libri all’anno, riesco a vivere di questo. Io consiglio di scrivere tutti i giorni e di leggere tanto, anche cose che sanno che non gli piaceranno».

Definiresti i tuoi libri romanzi, o la scrittura in “presa diretta” di Learco può essere un genere a se stante? Non trovi che per certi versi possa aver anticipato i blog?
«Io li definirei romanzi. Non ho molta esperienza di blog, ma per quel poco che conosco i blog i blog non hanno molto a che vedere con quello che faccio io».

In questo libro definisci la scrittura “un canchero”. Come ti ci rapporti?
«È una domanda difficile, potrei darti talmente tante risposte che non riesco a trovarne una adatta. È un rapporto quotidiano, credo sia simile a quello che ha l’imbianchino con le pareti».

A un’analisi superficiale la tua è una scrittura "facile". In realtà è molto curata: le ripetizioni, le contraddizioni, la frammentazione della frase e del racconto le conferiscono una forte valenza ritmica. Mi sembra che da questo punto di vista Gli scarti segni un ulteriore passo avanti, un’ancora maggiore consapevolezza stilistica. Cosa ne pensi?
«Sono contento che tu abbia avuto questa impressione e anche a me sembra che Gli scarti abbia qualcosa, di diverso rispetto ai romanzi precedenti, come un’altra struttura scheletrica».

Citi molti scrittori, parli di una sorta di “scuola emiliana” (scrittori che beneficiano di uno stato di agitazione e che scrivono come parlano). Quali sono i tuoi riferimenti, chi ti piace leggere e chi invece non sopporti (se puoi dirlo)?
«Io leggo molto i russi, e lì si parte da Puskin e dal suo Libero romanzo (l’Onegin) e si viene giù felicemente fino al novecento (Moskva–Petuski di Erofeev a me sembra un capolavoro assoluto).
In Italia nel novecento ci sono delle scritture (Zavattini, Guareschi, Delfini, Bianciardi, Ginzburg Mastronardi, Malerba, Meneghello, Raffaello Baldini, Celati, Cavazzoni, Benati, Cornia) molte delle quali stranamente sono emiliane, ma forse sono io che conosco prevalentemente quelle, che rimandano a una letteratura attenta alla dimensione sonora, e che mi sembra riprendano la tradizione dei semicolti, quelli non conoscevano bene l’italiano e lo usavano contemporaneamente con grande libertà e con grande rispetto, cosa che dà alla lingua nella quale hanno scritto o parlato una forza poetica che non c’è nelle cose di chi ha studiato troppo e vuol farlo vedere. Sono libri in cui la trama è costruita sulla lingua, libri fatti di parole e non di sentimenti, come diceva Manganelli. Di scrittori che mi fanno ridere per come recitano il ruolo dello scrittore c’è pieno, di qualcuno si parla anche dentro al romanzo».
di Donald Datti

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