Concerti Magazine Lunedì 12 maggio 2003

Nel paese delle meraviglie di Peter

Magazine - Il sontuoso Peter Gabriel Growing Up Live 2003, partito il 24 aprile da Stoccolma, approda al Fila Forum di Assago. E la seconda serata, venerdì 9 maggio, è stata straordinaria in tutti i sensi, perché il cinquantatreenne artista del Surrey l’ha scelta per registrare il suo nuovo dvd e perché sono passati dieci anni dal Secret World 93, suo ultimo tour.

E proprio da lì si riparte, ovvero dall’ultimo pezzo allora eseguito che diventa, qui, il primo – Here Comes the Flood.
Peter indossa un “saio” nero e pare Sean Connery ne Il nome della Rosa, i suoi fidi musicisti sembrano uscire da Guerre Stellari, le teste accuratamente rasate (in ossequio al leader?), abiti e mantelli, anch’essi neri. In un battibaleno ci si rende conto che, piaccia o meno, ci si trova dinnanzi al top del concerto multimediale, una sorta di super-tecnologico art rock, difficilmente superabile. Diavolerie di ogni genere accompagnano, prendono per mano la parte musicale, senza, però, prevaricarla.

Il tutto è amplificato dalla sensazione, invero fuori dal comune, di trovarsi co–protagonisti (volantini appiccicati agli ingressi informano gli spettatori della consapevolezza di accondiscendere alla cessione dei propri diritti audio/video) del dvd che trasforma il Forum in un eccitato set cinematografico. La presenza di innumerevoli camere non è troppo invasiva, in quanto i tecnici di ripresa, pur indossando rutilanti kimono arancioni, non disturbano l’attenzione e, soprattutto, la visuale. I cambi di scena, rapidissimi e assai professionali, non tolgono ritmo all’andamento del concerto.

Sul palco circolare, sistemato nel mezzo del palazzetto, con due mega-schermi laterali, su cui scorrono immagini in diretta o video molto ambient, succede di tutto. Gabriel è sempre mattatore, rotola e salta, come a Sanremo, nella sfera gigante trasparente (durante Growing up) e qui c’è l’unica defaillance della troupe tecnica. Il brano viene infatti eseguito due volte perché la ripresa non è riuscita bene.
Pedala in bicicletta, sale in una specie di astronave, cammina a testa in giù e piedi in su (e canta…) insieme alla corista, nonché figlia Melanie (che, successivamente, “si fa un giro” in un piccolo gozzo), si presenta con un giaccone decorato con lampadine. Tapis roulant, botole, pedane mobili che girano in senso orario e viceversa, scompongono continuamente la scena. Ma, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, questa sublimazione della più aggiornata tecnologia applicata allo spettacolo, non si sovrappone, né offusca la resa musicale, sempre attenta anche al lato più emozionale e tradizionale del suono e ai riferimenti di stampo etnico.

Determinante la coesione di una band eccellente con la sezione ritmica in primo piano -l’”antico”, immenso ed acclamatissimo Tony Levin (“re del basso” lo presenta Gabriel) e Ged Lynch che svolge un lavoro pazzesco alla batteria e percussioni. La talentuosa e scatenata Rachel Z (anche lei di nero vestita più stivali con zeppa di 15 centimetri) e due musicisti di classe cristallina alle chitarre e non solo, veri e propri polistrumentisti, quali David Rhodes (accanto a Gabriel in ogni incisione e in ogni tour dal 1979) e Richard Evans.

Scorrono, in un diario sonoro-visivo di enorme spettacolarità, i pezzi dell’ultimo album (un doppio vinile con splendida copertina apribile, opera di Susan Derges): Darkness, Sky Blue con l’intervento del coro gospel Blind Boys of Alabama, The Barry William Show, Signal Noise, More Than This). Ma anche Downside Up e, accolti da ovazioni particolari, i classici Red Rain e Sledgehammer (dall’album So) e Solsbury Hill (dal primo album solista, dopo l’uscita dai Genesis).

Da sottolineare in grassetto il fatto che Gabriel dimostri grande sensibilità e rispetto per il pubblico milanese, presentando in italiano, prima le band di supporto, poi i brani in scaletta e i musicisti che lo accompagnano. Un comportamento tanto inusuale quanto di grande disponibilità che dovrebbe, anche se ho forti dubbi in proposito, far proseliti.

Conferma il suo impegno sociale “una volta si diceva che eravamo ciò che mangiavamo. Poi si è detto che siamo ciò che indossiamo. Ma in questo millennio siamo ciò che guardiamo" o “dobbiamo imparare a prendere posizioni”.

Richiamati a gran voce, i musicisti ricompaiono “dal sottosuolo” per i bis In Your Eyes, Come Talk to Me, Father & Son, dedicata al padre (novantaquattro anni - cinquanta di esercizio yoga).
Dopo 2 ore e 45 minuti (reali e senza arrotondamenti...) di meraviglie, più esausto degli artisti, il pubblico comincia a sfollare appagato e stupefatto.

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