Attualità Magazine Lunedì 19 dicembre 2016

L'approdo di Shaun Tan, storie di migranti in tavole di fumetto

Magazine - Una foto ingiallita. Mio nonno con un piede su una cassetta la chitarra imbracciata tenendola poggiata sulla gamba sollevata. Capelli neri e baffi. Sorride. Sembra Modugno, pugliese come lui.

Quella foto fu scattata in Venezuela, dove mio nonno era emigrato negli anni '60 assieme a tanti italiani, e suo figlio, per cercare un po’ fortuna – si dice – o semplicemente per garantire una vita dignitosa alla propria famiglia. La storia di mio nonno è quella di tanti, una storia di uomini che viaggiano cercando il loro posto nel mondo.

Persone che viaggiano senza guardare quel che hanno attorno, non sono turisti, ma guardando sempre a quel che hanno lasciato a casa. Famiglia, amici, affetti ed una città che vista da lontano diventa essa stessa sinonimo di una malinconia che non abbandona mai: è la storia di Ma se ghe pensu, la memoria che diventa nostalgia per la propria terra.

Le storie dei migranti sono al centro di L’Approdo (ed Tunué 24,90 Euro - Acquista su Ibs), la graphic novel muta che l’Australiano Shaun Tan ha scritto nel 2006 e che è stata riedita quest'anno da Tunué dopo aver viaggiato, e ricevuto premi, da un capo all’altro il mondo.

L’Approdo è una novella senza balloons, dove sono le immagini a parlare, a raccontare una storia che riesce ad arrivare immediatamente a toccare corde che non chiedono che essere suonate. Il volume è costruito utilizzando immagini color seppia, sfogliarlo è come scoprire un album fotografico dal sapore antico. Un viaggio nella memoria di generazioni di uomini e donne, esploratori, sognatori, viaggiatori insomma, che colgono il mondo come fosse un’opportunità.

Persone. Le stesse che accolgono il lettore non appena il volume viene aperto; visi che raccontano storie tra cui scegliere, come a dire che la storia che leggeremo subito solo, quella scelta da Shaun Tan, è solo una delle tante.

Un uomo mette in una valigia i suoi frammenti di vita; gesti quotidiani che acquisiscono la solennità di una funzione religiosa; persino la colazione sembra celebrata. È il rito dell’addio, quei saluti che iniziano sottovoce, in una cucina mentre il giorno fuori dalla finestra è ancora notte.

Una bimba si sveglia e si unisce allo stesso rito. Un origami che allontana la tristezza, l’abbraccio degli sposi, un treno che parte. Madre e figlia che tornano a casa. Sole.

Papà va via lasciando alle spalle un mondo su cui incombe una minaccia da cui vuole affrancare se stesso e i suoi cari, l’orizzonte è speranza.

Le tavole della storia si rincorrono, quelle del viaggio hanno una potenza enorme mentre al lettore si chiede solo di osservare, spettatore, la vita che scorre su quelle pagine.

Siano fuori dall’oblò del piroscafo su cui viaggia il protagonista, fuori dalla finestra della casa che abiterà nel mondo nuovo.

Il percorso del protagonista viene rappresentato con modi capaci di raccontare una poetica quotidianità, in questo senso il surrealismo scelto dall’autore ben si presta a fornire al racconto, reale, tono onirici che, se possibile, lo elevano.

Tanti gli elementi che ritroviamo nei racconti, letti o ascoltati, di chi quel viaggio lo ha fatto davvero: traversata in piroscafo, l’arrivo in una terra che è allegoria dell’America di inizio '900. La sala dei passaporti, crocevia newyorkese per tutti i viaggiatori che cercavano una vita nuova è mostrata con capacità e grazia; lo smarrimento dei migranti, le visite mediche, i modi rudi di chi accoglie, il visto, parole ascoltate e non capite.

La maestria dell’autore sta in una regia sapiente, nei cambi di tonalità per raccontare diversi piani temporali e nella delicatezza con cui alcuni personaggi entrano ed escono in scena; ciascuno ha un suo percorso, un colore, un storia personale che viene raccontata attraverso nuove istantanee.

L’esperienza di viaggio del protagonista è occasione per incontrare altre persone, altre storie. Impossibile non cogliere in questo volume la volontà di raccontare la migrazione attraverso gli occhi delle persone che quella scelta la fanno tutti i giorni ancora oggi.

Alcune hanno visi amici, uomini e donne che decidono di provare a cercare il loro percorso in paesi che ci assomigliano; comprendiamo la partenza e l’arrivo, riferendoci a loro diciamo si trasferisce, mai emigra.

Altri viaggiatori sono sconosciuti, non ne comprendiamo la scelta, non empatizziamo col loro dramma, persone che giocano tutto quel che hanno, vita compresa, per una traversata che non ha i toni romantici di quelle atlantiche di inizio XX secolo. Attraversano un piccolo mare su piccole barche, spesso camminano attraverso confini che dividono il mondo tra guerra e pace, tra morte e speranza. Non vengono compresi, spesso neppure aiutati, mai pianti; definiti con termini che non parlano di opportunità ma fastidio.

La storia raccontata da Shaun Tan è allegoria, metafora, memoria e ha l’indubbia capacità di arrivare immediatamente al lettore, senza alcun filtro, alcuna interpretazione alla quale la parola si presterebbe. Perché spesso le parole sono quelle sbagliate.

Un bel volume da sfogliare, un’edizione estremamente curata, fin dalla copertina dal color cuoio. Un’avventura con cui fare tardi la sera e che resta con noi la notte come se il viaggio e l’orizzonte di speranza sia quanto racconti meglio di qualunque altra cosa il nostro essere umani.

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