Magazine Martedì 15 aprile 2003

Il falò di San Benedetto (V)



Chi motteggiava, chi dava consigli, chi offriva un bicchiere: tutti comunque erano direttamente coinvolti e partecipi di quello che stava succedendo.
Guerino risalì al posto di guida e si avviò verso l’argine dell’Argentina dove avrebbe posteggiato. I cinque amici, aiutati da gente del rione, accatastarono la legna sul lato della via e, proprio mentre Pasquale e Alessio finivano di spazzar via qualche detrito dall’asfalto, la Rina, affacciatasi alla soglia della cucina, chiamò per il pranzo.
Stettero a tavola per breve tempo e dopo il rituale caffè si alzarono per uscire in strada per la proverbiale sigaretta e per preparare gli attrezzi.
Avevano deciso che avrebbero sistemato i ceppi alla carbunéia (13) l’antico sistema che richiedeva un particolare posizionamento dei tronchi così da ottenere un’abbondante areazione, affinché la fiamma fosse sempre ben ossigenata e bruciasse bene al centro dei falò.
Questo per evitare un eventuale precoce crollo dello stesso che avrebbe significato il fallimento del loro lavoro e l’ilarità e le burle della gente degli altri rioni.
Chiamarono a consigliarli il vecchio Murin, che con il carbone ci aveva campato per una vita, e sotto la sua direzione, dopo aver segato tutti i fusti ad una lunghezza di circa due metri e mezzo, iniziarono a disporli nella caratteristica forma a cono, tipica di quel tipo di costruzione. Tunin intanto, con l’aiuto di Diego, suo figlio, aveva installato proprio sopra l’entrata del bar una coppia di altoparlanti che diffondevano musica: l’eccitazione saliva intorno al falò che prendeva forma.
I ragazzi lavoravano alacremente non risparmiandosi la fatica: il loro falò doveva essere il più bello del paese. Gli abitanti del rione che erano coinvolti nell’impresa per lo stesso motivo, oltre a creare intorno al gruppo di lavoro una festosa cornice, davano una mano come potevano.
Gli uomini aiutavano ad accatastare i ceppi. Le donne scendevano da casa portando vassoi colmi di sardènàia (14) e di frisciöi (15). Tunin, nel frattempo, si premurava di tener sempre piena la caraffa del vino e tutto attorno i bambini correvano schiamazzando e facendo esplodere mortaretti. Un generale clima di allegria era diffuso, ma, con l’avvicinarsi del completamento del lavoro, mentre vedeva intorno a sè visi eccitati e felici, pensando ai fatti suoi, Bedè si incupiva sempre più. Che triste sarebbe stato, dopo la festa, ritornare alla Zotta da solo. Decise quindi che appena finito di costruire il falò, sarebbe tornato a casa senza partecipare all’accensione dello stesso e alla festa vera e propria e lo disse agli altri.
Un coro di proteste si levò e tutti , a modo loro, cercarono di fargli cambiare idea ma lui, testardo, perso nella sua malinconia, non volle sentir ragioni.
Intanto la disposizione dei tronchi volgeva al termine ed essendo ormai quasi ora di cena, parecchie persone si ritirarono per la frugale cena dopo la quale sarebbero tutti ridiscesi in strada. Anche i cinque compagnoni, dopo aver cercato un’ultima volta di convincere Bedè a rimanere, raccolsero i loro attrezzi e si avviarono a casa per rinfrescarsi un po'.
Bedè, rimasto solo, rimise nella sacca la sua fedele motosega e si avviò, le spalle curve e gli occhi bassi a terra, verso la mulattiera che lo avrebbe riportato a casa, quando improvvisamente, dietro di lui, una voce…quella voce femminile lo fece sobbalzare dalla sorpresa.
Bedè sentì il cuore scoppiargli in petto: si voltò e lì a due passi c’era Giovanna. Gli si avvicinò e con quel tono particolare a causa del quale lui, ne era sicuro, aveva perso la testa, gli sussurrò quasi:
- Sai Bedè, stasera dopo la festa, mi piacerebbe salire alla Zotta per constatare personalmente se è un bel posto come dicono. –
- Ma col buio non vedresti niente - esclamò lui che per l’emozione aveva accantonato per un attimo l’uso del dialetto, riacqistando l’uso dell’Italiano.
- Potrei, forse, fermarmi per qualche giorno – ribattè lei sorridendo timida e terribilmente invitante.
Bedè, travolto dalla commozione e dall’aspettativa, le strinse teneramente le mani e visibilmente raggiante sbottò affermando a viva voce:
- Stu chi, u seà in San Benedetu magnificu! -(16)

13) Carboniera.
14) Focaccia guarnita con sugo di pomodoro, acciughe, aglio, origano e olive nere, tipica del ponente ligure.
15) Frittelle di baccalà, o bietole oppure fiori di zucca.
16) - Questo sarà un S. Benedetto magnifico!. -

Danilo Sidari
di Daniela Carucci

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