Magazine Martedì 15 aprile 2003

Il falò di San Benedetto (IV)



Quando Guerino e Bedè alle sei e mezza del mattino successivo, scesero in cucina, fuori era ancora buio ma Tonò aveva già acceso la stufa e messo sulla piastra una moka da dodici tazzine: dal suo beccuccio usciva già un pò di vapore la cui fragranza dava all’ambiente, profumandolo, un’intimità familiare.
Qualcuno accese la radio e la voce di Modugno cantava e quella fu la loro colonna sonora per la giornata che andava ad incominciare. Presto tutti gli altri li raggiunsero e dopo aver sorseggiato con gusto la bevanda calda, uscirono nella fredda mattina, chi stringendosi nel pastrano, chi accendendo la prima sigaretta, per raggiungere il lavoro che li attendeva.
I tronchi erano accatastati nella radura a poca distanza dalla cascina, sul lato a monte della mulattiera che da Garessio sale a Battifollo: si trattava di pini ed abeti che erano stati abbattuti perchè malati o troppo vecchi. Sotto la direzione di Guerino, che sapeva il suo mestiere, in un’ora e mezza furono caricati e assicurati all’automezzo con grosse funi e alle nove erano nuovamente a casa.
Entrando l’odore della pancetta che stava friggendo, solleticò le loro narici. Pierin e Bertumè (11), si davano da fare intorno ai fornelli e la colazione che cucinarono, per quanto abbondante, fu con gusto e velocemente consumata tra risa, ammicamenti e prese in giro. Si conoscevano da anni ormai e la conversazione era familiare, scherzosa e molto piacevole, ma dopo un’ultimo caffè, avendo dato uno sguardo alla sua cipolla da tasca, Bedè si schiarì la voce e disse:
- Beli zùeni, grazie d’a vustra uspitalità, ma aù u l’è meju andà perchè a duvèmu fà stù faö. A me raccumàndu de caà staseja: nun staive a preoccupà che a-a Zotta postu pè durmì ghé n’è tantu. A se viemu dopu! Bona nèh! - (12).

La Valle Impero era illuminata da un fulgido mattino di sole che faceva presagire una primavera precoce e bel tempo per quella sera. Trattandosi di fuochi, era importante che non piovesse, naturalmente, ma il cielo terso sembrava rassicurare i nostri che stavano già argomentando sul come costruire il falò e che, presi dalla discussione, ridiscesero a valle e dopo il tratto di Aurelia si ritrovarono, in un tempo che sembrò loro brevissimo, nuovamente a Taggia, davanti al bar di Tunin.
Fu necessario bloccare per qualche minuto la strada per consentire a Guerino di scaricare i tronchi ed agli altri per sgombrare la carreggiata, ma fu un tempo sufficiente a far sì che parecchia gente del rione si radunasse intorno a quella scena.

11) Bartolomeo.
12) - Bei giovani, grazie di tutto e della vostra ospitalità, ma adesso dobbiamo andare perché dobbiamo fare questo falò. Mi raccomando di scendere stasera: non preoccupatevi che alla Zotta posto per dormire ce n’è tanto. Ci vediamo dopo! Arrivederci. -

di Daniela Carucci

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