Magazine Martedì 15 aprile 2003

Il falò di San Benedetto (III)



Nello e Pasquale, ammiccando, iniziarono a criticare Alessio per il suo modo di affrontare le curve e il Castelin, sorridendo alla burla, pensava che presto anche loro si sarebbero seduti ad una tavola imbandita, in compagnia degli amici, e questo pensiero lo rasserenò.
Lasciate dietro di sè le luci di Pieve, la statale s’inerpicava ripida tra castagneti e poi abetaie e dopo i piccoli abitati di Pornassio e Case Rosse, con un’ultima rampa superava l’edificio della Colonia montana e giungeva a Nava, in cima al colle.
Attraversarono il centro turistico a quell’ora ormai deserto: dai finestrini della vecchia utilitaria, s’intravvedevano le luci delle case e di un paio di bar dove qualche avventore si era attardato e desiderarono anche loro di essere presto in un ambiente confortevole.
Superarono lo spartiacque ed affrontarono la rapida discesa che li portò a Ponte di Nava; dopo vennero le luci di Cantarana e dopo alcuni chilometri di curve in leggera discesa, quelle di Ormea, che oltrepassarono velocemente. La luna infine illuminò i primi rettilinei d’asfalto: erano finalmente a valle. Solo qualche altro chilometro ed eccoli infine a Garessio dove Tonò e Pierin li accolsero calorosamente e li accompagnarono a casa.

La cascina distava qualche centinaio di metri dall’abitato ed era caratterizzata da un’enorme cucina dove, nell’angolo opposto alla porta d’entrata, una grande stufa a legna teneva caldo l’ambiente e gli animi.
Attorno al lungo tavolo alcune persone già sedevano. Un rapido, discreto sguardo in giro e con un certo disappunto, Bedè realizzò che Giovanna non era tra i presenti. Gli altri, intanto, si stavano accomodando: i bicchieri furono presto riempiti con ottimo Ormeasco e la conversazione si animò tra i racconti del bosco e la cronaca di qualche scorribanda serale a Torino.
Il pane e il salame casereccio lasciarono presto il posto, sul grande tagliere di legno, ad una fumante polenta che Mario aveva amorevolmente cucinato nel grande paiuolo sopra la stufa. Venne servito anche il cinghiale in una enorme casseruola e, tra i complimenti allo chef, il vino e le risate, il convivio godette dei piaceri della tavola e della compagnia.
Più tardi Bedè, uscito per fumare e per prendere un pò di fresco, rifletteva:
- Puscibile che Giuàna a s’a sece tantu pijà a mà, l’ürtimu viègiu ch’a se sèmu visti, da nù fasse vié pe’ tüta a seja? - (9).
Si erano visti a Taggia in occasione della fiera di S. Lucia e, dopo una serata passata allegramente in compagnia, rimasti soli, lui le aveva esternato il suo sentimento e le aveva chiesto di venire a vivere con lui alla Zotta. C’era qualcosa di magico nell’atmosfera di quell’attimo e una dolcezza sconosciuta lo aveva pervaso. La stava ad ascoltare stupito ed incapace, lui così disabituato al dialogo e alla confidenza, di dare un valido apporto alla conversazione. Si sentiva così grossolano di fronte alla grazia naturale di lei, dei suoi gesti, delle sue parole. Sentì di volerla ringraziare per le emozioni che sapeva fargli provare e, istintivamente, avvicinò il proprio viso al suo per baciarla. Lei si era ritratta e dopo un lapidario: - Corri troppo, amico... -, era corsa via a raggiungere gli altri.
La delusione che aveva provato nei primi giorni trascorsi dopo quella sera, era stata sostituita dalla speranza di rivederla presto e poterle ancora parlare.
Così, quando gli amici giù in paese gli avevano detto che quest’anno avrebbero preso i tronchi per il falò a Garessio, dove lei viveva, aveva riso dentro di sè per l’occasione che gli era stata data di rivederla, di scusarsi, di chiederle un’altra opportunità. E di poterlo fare senza dover esporre troppo il suo sentimento in pubblico, come per casualità.
Ma l’aspettativa era andata delusa: stasera lei non si era vista e, fors’anche accentuata dall’Ormeasco, Bedè sentì una profonda tristezza pervaderlo e infreddolitosi, rientrò. L’atmosfera all’interno lo rincuorò un poco: tutti ormai, si stavano ritirando nelle camere al piano superiore e, per qualcuno, salire le scale era impresa difficile a causa delle gambe appesantite dalle abbondanti libagioni e dal vino. E naturalmente questo provocava negli altri, scoppi di risa e dileggi.
Ma infine tutti trovarono una sistemazione e pian piano i rumori e le voci si spensero. Bedè, nel suo letto, ascoltando nel silenzio il russare quieto di Nello, pensò:
- A puxéva esse ina bella stòia tra mi e véla... ma forsci mi a sun troppu servàigu - (10) e una lacrima solcò la sua guancia e si perse tra la folta barba.

9)- Possibile che Giovanna se la sia presa così tanto a male, l’ultima volta che ci siamo visti, da non farsi vedere per tutta la serata? - 10)- Avrebbe potuto essere una bella storia tra me e lei, ma forse io sono troppo rude, grossolano. -

di Daniela Carucci

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