Magazine Martedì 15 aprile 2003

Il falò di San Benedetto (II)



Benedetto, detto Bedè, pregustò l’atmosfera che andava creandosi: avrebbero incontrato gli amici di Garessio e lui avrebbe rivisto Giovanna. Il mattino successivo, dopo aver caricato il legname, avrebbero fatto ritorno a Taggia per sistemare i tronchi in un’enorme pira che, col far della notte, sarebbe stata data alle fiamme.
La festa e l’allegria avrebbero pervaso tutto il paese e tutti ne sarebbero stati contagiati.
Si affrettò, con l’aiuto di Castelin, a cibare le galline, i conigli, le capre e la cavalla e dopo aver riparato nella stalla tutte le bestie, i due amici si avviarono giù per il viottolo che in mezz’ora di cammino, li avrebbe portati in paese.
Quando vi giunsero, fecero una breve sosta da Vivado per gustare i marunzin al cioccolato che la Pina aveva appena sfornato e subito proseguirono verso il bar di Tunin dove il resto della compagnia li stava aspettando per muoversi.
Le botteghe del Pantan esponevano la loro merce sopra banchetti sistemati al riparo dei portici e la via era abbastanza popolata a quell’ora. Qua e là, si formavano capannelli di persone e dai bar echeggiavano le risate degli avventori e la musica. Lo scoppio di un petardo interrompeva, ogni tanto, il quieto trambusto paesano da cui traspariva però, l’eccitazione per l’imminente evento festivo. Nell’osteria l’atmosfera era già abbastanza calda: Alessio suonava alla chitarra il solito pezzo di Guccini e Tunin, l’oste, cantava! Nello, Gary, Pasquale Patreternu, Minetto, Danilo lo squalo, Gigino, Banano e Silvano Levaive, erano impegnati in un diverbio ad altissimi toni, sul come cucinare la murena: qualcuno diceva in umido, qualcun’altro al forno.
Milena e Nadia, le figlie di Tunin, mescevano il nostralino e contemporaneamente, mentre badavano ai bambini, servivano la cena agli abituali clienti: Pietro l’impresario, Gabriele, Maria a Ghega, la vecchia Giuanina Bracco con il figlio Dino e l’ex ballerina d’avanspettacolo, ora in pensione, signorina Patti. Ad un tavolo appartato sedevano Guerino il camionista e Nini Panzironi mentre in cucina, la Rina aggiungeva una foglia d’alloro allo stufato di stoccafisso con patate e olive a-a baucögna (5).
Bedè, che era un ottimo cuoco, mise tutti d’accordo asserendo che la murena andava cotta allo spiedo e, dopo aver chiamato il suo giro di rosso, si rivolse nuovamente agli altri dicendo:
- Sciù a Gaèsciu i n’aspèita: a l’è meju ca se bugéme! - (6). - Eh, l’amore… - sentenziò Pasquale con sottinteso e si interruppe. Le risate salirono di tono e i bicchieri tintinnarono mentre Bedè, che era il musone del gruppo, mugugnava (7) qualcosa di incomprensibile.
Tutti vuotarono il loro bicchiere e dopo aver salutato, sei di loro si mossero verso l’uscita. Guerino e Bedè salirono sul camion mentre Alessio faceva accomodare sulla sua scassata utilitaria, Nello, Pasquale e Gianni Castelin. Si avviarono verso Imperia: alla loro sinistra intravedevano nell’oscurità le serre dei garofani e delle rose destinati al mercato di S. Remo. Alla loro destra, la ferrovia correva parallela alla statale Aurelia che stavano percorrendo verso levante.
Sulla scogliera sottostante si infrangevano le onde di cui, alla luce bianca della luna, si intravedevano le creste spumeggianti. L’aria notturna di febbraio era ancora fredda ed il cielo era stellato. L’eccitazione infine prevalse e gli occupanti dell’automobile improvvisarono un coro sguaiato sul motivo di Genova per noi di Conte.

Sul camion invece, la conversazione tra Bedè e Guerino, spaziava dai funghi porcini alla caccia al cinghiale, dalla coltivazione dello sprengeri (8), molto diffusa a Taggia, ai pronostici sull’ordine d’arrivo alla Milano-S. Remo che si sarebbe corsa il mese successivo. Giunti a Oneglia svoltarono a monte sulla mitica SS 28 del Col di Nava e dopo i primi chilometri di falsopiano, superato Pontedassio, la salita si fece più ripida. Le case si fecero sempre più rare e al loro posto la vegetazione s’infittì. I raggi lunari che penetravano in quella massa oscura che scorreva sotto i loro occhi, offrivano loro lampi e sprazzi surreale di rara suggestione. Giunti in cima al Colle S. Bartolomeo una lunga serie di curve in discesa li portò a fondovalle. Oltrepassato il ponte sul torrente Arroscia, entrarono nell’abitato di Pieve di Teco: gli ultimi passanti si affrettavano verso casa dove il caldo della stufa a legna e degli affetti familiari li attendeva.

5) Come usano a Badalucco (Imperia).
6) -Su a Garessio ci aspettano: è meglio muoversi-
7)lamentela.

di Daniela Carucci

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