Magazine Giovedì 27 ottobre 2016

Qui come altrove di Zena Roncada: una recensione poetica di Marino Magliani

Uomo anziano con il cappello
© Shuttestock

Magazine - In Qui come altrove, di Zena Roncada (Effigie edizioni, 2016) abbiamo un uomo e una donna e una casa da abitare. Inizialmente non si dice nulla dell'uomo e della donna assieme ma è chiaro che stanno facendo qualcosa di simile, è una cosa che li unisce, lo stesso destino di unire e intrecciare cose e parole. L'uomo lo fa piantando alberi e assicurandosi che le radici si nutrano e si facciano un solo grande corpo che si avvinghia sotterraneo e respira assieme: sono dentro, come in un entroterra, radici visitate da bisciotti ciechi e lombrichi. La donna ripara i sogni, la parte aerea, quella che si sposta in mongolfiera e si lascia dietro l'angoscia.

Un altro uomo ascolta i passi e l'angoscia è di sapere che finiranno perché finiranno le suole. Un altro, invece, ascolta la musica quasi fossero passi dalle suole soavi, ora è lui a occuparsi di parole, di colori, di inchiostro, come se il timpano e la pupilla e la voce giocasssero e lo facessero col vento, “parole che vengono da amori alberi e fiori, rade sul rigo, sospese come passeri sul filo”. E solo allora, una volta tornate, diventano quello che sono. Anche poesia.

Poi di nuovo c’è una donna, quella che chiude i segreti nei bottoni, di nuovo colori e stoffa e voci, di nuovo dentro vanno a vivere i segreti spinti in fondo o sotto qualcosa, per terra, nella polvere dove cadono le parole. La donna è una rabdomande di parole distese e le raccoglie, per la pietà che fanno.

D'ora in avanti ci è ben chiaro, uomo e donna non guardano per aria ma abbassano gli occhi dove ci sono “storie di seconda mano”. Le scovano nei luoghi sotterranei, le amano se sono spezzate, abbandonate, le raccolgono e,quando le posano sul banchetto,sono ancora loro, storie di seconda mano scartate e dimenticate, ma ora esistono.

Qui c'è la vita che non si racconta, ma si vive, le cose che non si spiegano, qui c'è una narratrice che non ha la pretesa di spiegare nulla e neanche di raccontare: la vita non si spiega, sosteneva il Tristano di Tabucchi prima di andarsene, non si racconta, si vive e mentre la si vive si perde. E qui c'è la vita che non va persa, i suoni dei pozzi, i cappelli dei vecchi per ogni stagione.

Forse in libreria non si dovrebbero cercare i libri per la copertina, il titolo, la quarta di copertina o lo strillo o le cose che appaiono sull'aletta, le prefazioni firmate, le postfazioni, le proustfazioni, le fulminanti parole del critico col nome della testata, la biografia dell'autore (ben che vada la città o il paese dov'è nato o nata non conta nulla, è insegnificante, la biografia stessa, per quanto uno si sia dannato a montarla in un modo unico, è insignificante, alla fine di un autore contano solo i libri, anzi neanche, e ora vedremo cosa...), no, lettori che varcate la soglia della libreria, prendete il libro, il più sottile che trovate e andate direttamente all'indice e se leggete

l’uomo che pianta gli alberi

la donna che ripara i sogni

l’uomo che scrive su fogli da musica

l’uomo che di notte ascolta e ascolta i passi

la donna che chiude i segreti nei bottoni

la donna che raccatta le parole perse

l’uomo che tiene il banchetto delle storie di seconda mano

la donna che raccoglie la ragione dei vecchi

la vecchia che tira i sassolini

il vecchio che saluta levandosi il cappello

la vecchia che non vuol far morire il pane

la donna che stira i pantaloni del marito

la vecchia che rammenda i buchi

il vecchio che vende gli anni usati

la donna che alleva le paure

la donna addestrata all’arte del tacere

l’uomo giovane che da tempo dice “così non si può più” qui come altrove

l’uomo che accompagna un cane cieco

la vecchia che sente tutti i movimenti

la donna che non può sopportare quel rumore

il bambino in piedi, appeso al collo della madre

la vecchia che cura i mali con le mani

la donna che tesse la terra

la donna che ha l’arte del levare

la donna che abita il suo sogno

il ragazzo che lima le parole

la madre che porta la bambina su rotelle

la vecchia dei pianti

la donna che fila il suo dolore

la donna che ha capelli lunghi e lisci

la donna che ascolta la voce delle stoffe

la donna che a volte s’addormenta col braccio sopra la coperta

la donna che segue la luna nel suo viaggio

la donna che accorda le speranze

la donna che, della casa, cura soltanto la sua porta

il cacciatore d’echi

l’uomo della barca

il vecchio che ogni giorno va alla cava

gli uomini d’orologio uguale

l’uomo che fende la nebbia col fanale

l’uomo che aspetta quel momento

il vecchio che accompagna il fiume

il vecchio che aiuta i vagabondi

l’uomo di parole

la donna che è vissuta accanto alla finestra

la vecchia che carda la pazienza

l’uomo che fa lo scalcatore

il ragazzo coi piedi di vento

la donna che ruba il tempo e se lo mette via

Se trovate un libro con un indice del genere, non ne troverete più di una copia, ben che vada sarà nascosta, come i paesi che i liguri costruivano vicino al mare ma messi in modo che dal mare i saraceni non li vedessero, giusto una copia messa di costa, eppure, prendetela e guardatela, si incendia, non è come diceva Blanchot, che la parola deve bruciare prima o poi per esserci?

Non ho detto che è un incendio di copertina, al contrario, non deve attirare nessuno, i saraceni arrivando dal mare dovevano vedere l'incendio e pensare a un paese già saccheggiato. E ora dunque siete lì davanti, forse dove il commesso non avrebbe voluto vedervi, e si stupisce di vedervi lì, ai margini, nell'impero della regale marginalità, e allora adesso tocca a voi. Non pensate mai prima o poi la prenderò, domani quella copia non ci sarà più, un domani non c'è mai, ve lo dico io, trovare Altrove è come trovare il futuro che si materializza, il miracolo, perché il futuro non c'è mica, e ve lo dice uno al quale sono apparsi i cancelli di Orione, il futuro è solo sulla carta su cui il dottor Redhead scriveva a Humboldt che a Salta ci sono meteoriti bianche come la neve e azzurre come i laghi e gli occhi dei lama, ve lo dico io, ma l'aveva detto anche Baudelaire e poi Biamonti, nessun tempo può esistere se prima non si materializza, Altrove sì.

di Marino Magliani

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