Teatro Magazine Lunedì 24 ottobre 2016

Dall'Olanda il teatro‑incontro in Perhaps All The Dragons dei Berlin

Perhaps All The Dragons, Berlin - foto L. Santini

Magazine - Il primo incontro-narrazione si può scegliere a caso tra le trenta vicende umane, profondamente personali, messe a disposizione da Berlin, ovvero Bart Baele e Yves Degryse, (ideatori e registi) all'interno di una struttura ovale collocata al centro di San Carlo - chiesa sconsacrata nel cuore del centro storico di Modena. Le altre video-storie sono un viaggio già scritto e predisposto per ogni spettatore. Si scopre all'interno di una busta, posta ben visibile in una fessura del tavolo ovale su cui sono sistemati i video. La busta è di quelle con il bordo blu e rosso, un tempo utilizzate per spedire lettere (di carta) per via aerea. Siamo in Perhaps All The Dragons... degli olandesi Berlin ospiti dell'edizione 2016 di VIE Festival.

Prima di essere ammessi all'interno della struttura ovale, si è lasciati raminghi all'esterno per qualche minuto, mentre si cerca di capire cosa e come succederà. Nella nave si entra da poppa, per così dire, e ognuno si siede poi al suo remo: vuoi perché affascinata da un numero sulla sedia, vuoi perché ci si siede accanto a qualcuno, vuoi perché come nel gioco dei bambini chi si siede per primo lascia solo un certo posto vuoto. Lo schermo nero con una panca bianca non consente infatti, inizialmente, di essere affascinati e attratti da un volto-personaggio. Qui comincia il nostro viaggio intorno al mondo in 75 minuti.

Chi ci sta di fronte è filmato esattamente nella stessa nostra posizione frontale, si rivolge proprio a noi seduti lì. Qualche scarto tra le tre voci-storie genera però momenti sociali: per cui uno grida e gli altri (i volti negli schermi) si voltano in quella direzione. Oppure qualcuno canta e allora di nuovo lo sguardo del nostro personaggio va nella direzione da cui proviene il suono. A volte, chi ci racconta ci indica qualcuno alle nostre spalle e così ci voltiano e spesso troviamo altri/e come noi, spettatori che si voltano a guardarci. Il meccanismo di osservare, ma anche quello dell'essere osservati è curato nel dettaglio. Su questa nave siamo soli, ma anche parte di una piccola micro-società che poi è sintesi di quella globale. Siamo elementi di un progetto-macchina creato perché funzioni e ci muova in una certa direzione, proprio come una nave, di cui siamo i rematori, ma è anche un viaggio dentro di sé, perché ascoltare l'altro è anche un riflettere su chi noi siamo, alla ricerca di empatia.

E allora ci viene voglia di avvicinarci a quel viso che ci parla o di allontanarci perché qualcosa si rompe. Raghupati Das, Velu Vayal Ottakkuthiru, dall'India mi racconta di come si trasforma in un dio per un rito a cui partecipano tutte le caste. Mi racconta di come anche le caste più alte baciano i suoi piedi e piangono persino di fronte a lui trasfigurato nel dio. Ma quando il rito si conclude, il costume viene tolto, la vita reale separa crudelmente tra loro gli esseri umani. Non racconta della sofferenza, ma nel descrivere il prima e il dopo, oggettivamente, in un sguardo che si fa sempre più sofferto e con un ritmo narrativo più spesso, mi racconta del suo dolore.

Di fronte a Sorina D, Copenhagen, Denmark dopo poche battute, istintivamente mi raddrizzo sulla sedie e mi scopro a indietreggiare. Sorina non vuole mostrarsi. Sorina è un cecchino. Sorina voleva tantissimo diventare un cecchino. La sua narrazione è piena di "di più non posso dire" perché molte delle sue missioni sono segrete, anche per lei stessa - chiamata a partire anche all'ultimo minuto. Sorina parla della sua professione, degli aspetti tecnici, della pallottola e della sua traiettoria, del clima che la altera. Ma uccidere non è una parola del suo vocabolario.

Avrei voluto disobbedire alla mia missione, quella indicatami nella busta, e incontrare Rinat Shaham, New York, USA cantante oppure Prassanamati Mataji, Ahmedhâbâd, India ma volevo anche capire come funzionava questa architettura di storie. Lo scopro con Burkhard Stube, Vienna, Austria che mi racconta di questa ipotesi-progetto che sta forse anche alla base dello spettacolo: Six degrees of separation, concetto sviluppato dallo scrittore ungherese Frigyes Karinthy nel 1929 e ripreso anche scientificamente in vari studi empirici. Sulla base di un mondo che si rimpicciolisce per via di sistemi di comunicazione sempre più all'avanguardia, basterebbero solo 6 passaggi e sole cinque persone per raggiungere qualcuno nel mondo, ma solo attraverso un passaparola stretto, ovvero tra persone che si conoscono davvero tra loro - l'idea fu trasformata in una pièce teatrale nel 1990 scritta dall'americano John Guare che ne fece anche un film nel '93.

Spettatore e protagonista, attore e agente dello spazio e delle narrazioni offerte, chi entra nell'ovale è un o una cittadina del mondo. Si saltano i preamboli e si entra in un medias res umano, condizionato culturalmente e storicamente, ma anche professionalmente. La vita di ognuno risponde a regole o istruzioni che valgono in un ambito molto ristretto, come per esempio per Matsumoto Kazushi, Sapporo, Japan professionista dedito all'arte Bonsai. Il suo problema, come lo definisce lui, è avere una figlia a cui non può tramandare la sua arte perché in Giappone questo è un asse portate di questa antica tradizione. Neppure Sorina può condividere il suo mondo professionale perché è un universo top secret e forse in cui anche lei si muove un po' come un alieno. E non condividere, ammette, è la parte più difficile.

Questa forma di teatro-documento ma anche teatro-esperienza che viene dal nord ricorda Il grande rifiuto della compagnia tedesca LIGNA (visto al Teatro della Tosse nel novembre 2015). Seppure là c'era un lavoro di finzione per riscrivere un momento storico e alterarlo in una precisa direzione, qui, come là, qui dentro l'ovale di Berlin, l'agire da spettatore è tassello di una partitura per corpi, parole, istruzioni e atti di regia che conduce in una direzione pre-ordinata ma che consente anche una personalizzazione del vissuto, mettendo alla prova il meccanismo stesso e la sua riproducibilità: identico non è possibile, chi è spettatore spesso si smarrisce nell'ovale perché perde la busta, non l'ha vista, ha deciso di disobbedire, parla con chi siede vicino, ecc. Un po' quello che fa anche Chiara Guidi con il suo La terra dei lombrichi.

Mi pare si possa dire ci si trovi in un'evoluzione di ciò che sono stati gli happening e il teatro sperimentale tra gli anni '60 e '70, perché oggi si tiene aperto uno sguardo interiore in una sollecitazione continua verso le nostre logiche personali di vicinanza/lontananza, obbedienza/disobbedienza, alterità/somiglianza. La dimensione politica fa leva sull'individuo in quanto tale, sui limiti/potenziali invece che affascinarlo in un rituale collettivo o ideologico. Un'esperienza che ci chiede di guardare al mondo attraverso il filtro del tempo digitale che incolla passato e presente, ma ci chiede anche di guardare dentro di noi, come se globale e individuale fossero dimensioni che non si possono più considerare altre, ma semplici facce di uno stesso vissuto.

Da non perdere assolutamente, anche se per quest'anno - e anche il prossimo - la tournée gira solo per l'Europa ma non fa altre tappe in Italia.

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