Magazine Lunedì 24 ottobre 2016

Fight Club 2: il sequel a fumetti per il romanzo cult di Chuck Palahniuk

La copertina di Fight Club 2

Fight Club 2 di Chuck Palahniuk (Bao Publishing, 2016, p. 272, 25 Euro - Acquista su Ibs)

Magazine - Il libro. Il film nato dalla penna di Chuck Palahniuk è una di quelle storie capaci di captare il momento – fu pubblicato nel 1996 – di saperlo interpretare, digerire per sputarlo infine in faccia al lettore, allo spettatore che ne viene investito, diventandone parte.

Fight Club racconta di una generazione, la prima davvero perduta a causa del consumismo puro, cresciuta a pane e Guerra Fredda e che per prima ha sperimentato sulla propria pelle il concetto di Fine della Storia al quale pareva che il mondo fosse condannato dopo la caduta del Muro di Berlino.

Produci. Consuma. Crepa. Questa la ruota alla quale gli individui, come criceti, sono condannati secondo lo schema allestito e demolito dal Fight Club. Il libro dell’autore di Portland, e soprattutto il film di Fincher (raramente la resa cinematografica di un libro ne ha fatto un servizio migliore), hanno raccontato di quegli eterni adolescenti persi tra la vita progettata – a scuola, ma non solo - e quella che abitano. Perennemente scontenti, votati al consumo, alla rincorsa rancorosa e carica di invidie, alla ricerca di una fuga che ritardi l’arrivo della maturità, della responsabilità.

La resa dei conti. Il Fight Club ha impiegato poco per diventare una storia dalla quale non si può prescindere, per avere sulla generazione ‘90 lo stesso effetto che Arancia Meccanica ebbe su quella precedente. Un libro generazionale che diventa patrimonio dell’umanità tanto da prescindere dal suo autore.

Surreale ma vero che è più facile che una persona conosca a memoria le regole del Fight Club senza sapere nulla dello scrittore che le ha immaginate prima e scritte poi. L’appropriazione del romanzo da parte del lettore, la critica all’ossessione del sequel e al suo impatto sui lettori, sono la spina dorsale di Fight Club 2.

Se resta difficile parlare di storia che comincia dove sia finita quella passata – Tranquillo Sig. Durden, il progetto Kaos va avanti secondo i piani - resta più semplice trovare in questo nuovo volume lo stesso spirito che ha animato il primo; satira feroce, esasperazione del politicamente corretto che non risparmia nessuno, esplorazione di nuovi stili narrativi.

Se il primo romanzo aveva il fulcro nel protagonista senza nome, Fight Club 2 è un fumetto che è consapevole di esserlo, una storia che ha coscienza di se. L’autore, per tornare al Progetto Caos, cambia completamente registro. Lascia la letteratura, lascia il cinema, e sperimenta per il suo nuovo volume il fumetto (Ed Bao Pubblishing 25 euro).

Se la sinossi, il protagonista di Fight Club smette le sue pillole e Tyler Durden torna, induce a pensare a questo volume come a un nuovo capitolo del Fight Club, bastano poche tavole per capire che quello che si ha invece di fronte è qualcosa di diverso, di nuovo.

Palahniuk gioca con il media sperimentandone ogni aspetto. Immagini crude, sfondamento della quarta parete e autore che diventa personaggio del libro che ha scritto mentre lo scrive in un corto circuito folle.

I protagonisti chiedono al loro creatore aiuto che diventa Dio, ma anche strumento narrativo. Molte le tavole nelle quali il fumetto è coperto dal rumore di fondo; la vita, quella vera, è quella fuori dal volume che teniamo in mano.

Il romanzo è metafora della vita, non il contrario. Penna colori danno all’autore poteri enormi dal punto di vista narrativo. Palahniuk lo comprende e li mette a frutto. Per questo Fight Club 2 funziona.

Nel fumetto tutto diventa simbolo, rimando, gioco; mentre il lettore è consolato con immagini che rimandano al classico, le stesse sono usate contro di lui. La stessa scelta di Marla – la moglie del protagonista – di tornar alla terapia di gruppo tra giovani vecchi è metafora dell’incontro con quei lettori che restano fossilizzati su una storia, un personaggio e pretendono che la rivoluzione rappresentata da un racconto resti immutabile tradendo, di fatto, lo stesso concetto di cambiamento di cui una rivoluzione è manifesto. È il tema sviluppato da King in Misery deve morire, ma su un livello più intimo.

Notevole la scelta grafica di Cameron Steward, il disegnatore. Il suo lavoro viaggia sulla stessa frequenza di quello di Palahniuk e la resa è notevole. Spesso le tavole sono accompagnate, coperte, da pillole, petali, onomatopee che riportano il fumetto alla sua dimensione di mezzo.

Il Metafumetto al quale i due ricorrono non è una trovata accattivante, ma elemento narrativo imprescindibile. Probabilmente il vero valore aggiunto. Il tutto è confezionato in un volume non semplice, anche Fight Club non lo era, e che richiede, pretende, più di un passaggio per essere colto, compreso, apprezzato.

Ovviamente non manca ironia tagliente, satira sociale – i club nati dal Fight Club sono emblematici – e la critica più feroce fatta al vero obiettivo del volume, il Lettore che pretende un sequel e poi ne rimane deluso, assieme alla matura consapevolezza che la creatura, che sia il Vampiro di Stoker, il Frankenstein di Mary Shelley o il Tyler Durden di Palahniuk sopravvivono al loro creatore.

Palahniuk, dopo vent’anni fa pace con il suo psicopatico nichilista, e Tyler sentitamente ringrazia.

di Francesco Cascione

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