Magazine Giovedì 10 aprile 2003

La guerra dei castori e dei salmoni

L'editore americano Walker Percy, presentando il capolavoro di John Kennedy Toole Una banda di Idioti, usò queste parole «questo romanzo lo lessi fino in fondo. All'inizio con l'acuta sensazione che non fosse abbastanza brutto da consentirmi di smettere, poi con una punta d'interesse e via via con sempre maggiore emozione, che sfociò alla fine in incredulità».
Il libro La guerra dei castori e dei salmoni (edito da ) che sarà presentato venerdì 11 aprile alle 18 alla libreria Feltrinelli di via XX settembre dalla giornalista Erika Dellacasa, tutto sommato non provoca un effetto troppo diverso.

Perchè il fatto che i due autori non siano scrittori di professione, ma che uno faccia l’elettricista e l’altro un mestiere non meglio precisato e che lui stesso definisce "invadente e privo di regole", mette immediatamente sull'attenti il lettore. Al primo passo falso, infatti, il libro finirebbe archiviato. Il problema, però, è che nella Guerra dei castori e dei salmoni bisogna arrivare al finale per accorgersi che di passi falsi, di sviste imbarazzanti, i due autori non sono riusciti a commetterne. Che il gioco della favola, insomma, ha retto fino in fondo e che il riferimento a Italo Calvino in quarta di copertina non siano parole al vento.
La guerra dei castori e dei salmoni è una metafora, fondata su un parallelo tra fiction e non fiction che sta in piedi fino alla fine, senza scadere nella pura trasposizione in favola della realtà, ma senza nemmeno correre il rischio che la fantasia imbocchi una strada senza uscita.
La favola è sicuramente antica, ambientata in un'epoca non precisata, se non dallo stile narrativo che come una parodia viene applicato allo svolgersi della storia. La guerra tra i castori, impegnati nella costruzione di dighe che finiscono per relegare i salmoni del fiume in spazi sempre più stretti, nonostante i tentativi diplomatici di razionalizzare la convivenza, non può non far pensare alla dinamica mediorientale della relazione tra culture diverse sullo stesso territorio.

E poi bisogna segnalare il colpo di teatro del libro, che questa volta non ha a che fare con il plot della storia ma semmai con una questione tecnica. L'idea è quella della traduzione di un antico manoscritto, e non potevano quindi mancare le note e le disquisizioni critiche che diventano parte integrante per la comprensione del testo. E anche quando Alessandro Cinelli e Vito Parisi cadono nella trappola del termine troppo moderno, riescono ad uscire dall’impasse filologico inserendo nel testo una serie di note, divertentissime annotazioni a piè di pagina, che spediscono la fantasia del lettore alle grandi opere classiche, quelle senza data, tradotte già mille volte e tramandate nei secoli. Di quelle per cui risulta difficile ritrovare il significato originario dei fatti narrati.
Ma questo, in fondo, è una cosa che succede anche con la storia del giorno prima. Per questo c'è bisogno di qualcuno che usi le metafore.
di Enrico Ratto

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