Magazine Lunedì 26 settembre 2016

Dylan Dog compie 30 anni! Arriva Mater Dolorosa

La copertina di Mater Dolorsa

Magazine - Sei una persona sana…
… convinta di essere malata…
… che finge di essere sana
[Dylan Dog #361 Mater Dolorosa – Roberto Recchioni – Gigi Cavenago]

Ciascuno di noi ha una diversa percezione dei personaggi che impara ad amare. La stessa alchimia che capita con le persone di carne e sangue, quella che ci fa amare angoli nascosti di una persona o non sopportare atteggiamenti immaginati di un’altra, si ripropone con i personaggi di carta che impariamo a conoscere in determinati momenti della nostra vita e che ci accompagnano, cambiando, mentre siamo noi a cambiare.

Con Dylan Dog è successa la stessa cosa. Incontrato a cavallo tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, è passato attraverso il millennio mostrando moltissimi volti. Dylan, come qualunque altro personaggio di carta, si racconta e racconta molto degli autori che, come fossero burattinai, gli danno voce, contesto, colore e soprattutto anima.

Dopo aver letto in anteprima Mater Dolorosa, l’albo numero 361, quello che celebra i trent’anni del personaggio creato da Tiziano Sclavi a metà anni Ottanta, ho la conferma che il Dylan Dog di Recchioni colpisce come lo 007 di Daniel Craig; è nuovo eppure fedele al suo personaggio. E mi piace. Tanto.

Recchioni non riscrive Dylan Dog, ma lo scrive come vorrebbe leggerlo e per farlo riversa sul personaggio molto più di quanto faccia con qualsiasi altro personaggio. Dylan Dog richiede coraggio e sangue e Recchioni mette tanto dell’uno quanto dell’altro e se ci fossero dubbi sul risultato, Mater Dolorosa è capace di spazzarli come una mareggiata invernale.

Mater Dolorosa parte da Mater Morbi, il capolavoro scritto dallo stesso Roberto Recchioni e disegnato da Massimo Carnevale nel 2010, per diventare qualcosa di nuovo anche grazie alla forza grafica offerta dal talento, enorme, di Gigi Cavenago.

Il Dylan Dog di Recchioni - nell'inedita veste di lungo degente e terminale - raccontava del rapporto che ognuno ha con il proprio corpo e di quanto la paura – vera, ingovernabile - ci investa quanto ci troviamo di fronte a camici, esami, analisi e medici che non sempre fanno del rapporto con il paziente una ragione di vita.

Se il tema di Mater Morbi era la malattia, in Mater Dolorosa protagonista è il ricordo del dolore e la paura che ritorni; è inoltre una storia che usa la mitologia costruita intorno al personaggio in trent’anni contro di lui.

Lo scambio tra Dylan Dog e John Ghost – ad esempio - è facile identificarlo come dialogo tra creatura e curatore, rinnovamento e tradizione, caos e viaggio fatto tra la comodità di un’amante, il quinto senso e mezzo e altri cliché diventati prigione per un personaggio che in origine era libero da schemi.

Sebbene il legame diretto sia alla madre amante conosciuta nel 2010, i riferimenti più forti sono con Spazio Profondo, l’albo con cui Recchioni ha gettato le basi del rilancio di Dylan Dog e che ha ridefinito la struttura che il personaggio ha seguito in questi ultimi due anni.

Tornano Morgana, Xabaras, Moonlight (il paese del Lungo Addio, il più doloroso tra tutti quelli visitati in trent’anni) assieme a tanti altri elementi mitologici – a Mana Cerace basta essere nominato per far salire un brivido - messi al servizio di un albo che scava nel personaggio in modo crudele, partorendo una storia che resta attaccata anche dopo averla riposta.
Disturba, spaventa, affascina eppure devasta. Ed è bellissima. Paradigmatica.

Recchioni torna al Dylan sospeso tra l’infanzia nel XVII secolo e la maturità nel XXI secolo. Lo incontriamo bambino, sul suo galeone assieme a sua mamma Morgana, suo padre Xabaras, e naturalmente Mater Morbi. Sogno, ricordo e incubi si rincorrono per tutto l’albo in un confronto tra memoria e presente che non abbandona il protagonista per neppure una tavola.

Conoscenza e dolore si rincorrono in modo folle, come folle appare anche Jonh Ghost, la nuova nemesi, meglio definirlo controparte, di Dylan Dog, e che diventa – per mano del suo stesso creatore – personaggio grottesco asservito al Caos. A volerlo ricondurre ad uno schema conosciuto John Ghost assomiglia molto più al Joker di Alan Moore o Miller che al potente e cinico Lex Luthor, nemesi di Superman.

In Mater Dolorosa anche l’orrore torna ad essere metafora, elemento per raccontare quanto malattia e paura ci rendano soli, il perché a me? domanda per il male che ci tocca, che diventa un cinico perché a me no? che disarma perché priva della speranza di salvezza.

La paura nasce dalla consapevolezza che il dolore non ha nulla di morale, colpisce senza strategia. È il caos che comanda. Lunga vita al Caos. Attraverso questa presa di coscienza Dylan svela il paradosso per il quale il dolore, come la Livella di Totò, proprio perché non distingue nessuno, rende ciascuno di noi vicino al prossimo.

Una albo con il cui l’autore ha affrontato se stesso – tornare ad un lavoro celebrato alza le aspettative e spesso delude, lo stesso Sclavi in alcuni casi è rimasto schiacciato dal ritorno sul luogo del delitto - riuscendo a convincere, grazie alla forza della sua sceneggiatura, vero, ma anche per la resa visiva offerta da Gigi Cavenago.

Le 94 tavole dell’albo sono una festa per gli occhi. Ogni inquadratura, ogni sfumatura di una quantità di colori, alcuni impossibili da raccontare a parole perché pensati per gli occhi, non per la bocca, diventano essi stessi elemento narrativo. Immagini vive che diventano colonna sonora, effetto sonoro, fuoco d’artificio.

Il Dylan raccontato da Cavenago è un esperienza grafica con pochi uguali; coinvolge il lettore che si trova a bordo del Galeone, al cospetto di John Ghost, alla mercé di Mater Morbi oppure tra le amorevoli cure d i Morgana dimenticando il mondo che ha attorno.

Il disegno, come la storia, avvolge come fosse un sudario. Recchioni e Cavenago giocano con le tavole ed escono con inedita forza dalla gabbia bonelliana, non perché abbiano scelto di farlo, ma per dovere. Non potevano fare diversamente. Così come nei sogni di De André, così forti da far sanguinare il naso, anche le immagini partorite dai due artisti esondano dalla carta che le contengono.

Se con l’apertura del nuovo corso Recchioni aveva tracciato una linea per raccontare il suo Dylan Dog - osate! Aveva scritto ai suoi colleghi nel momento del suo insediamento come curatore - con quest’albo alza l’asticella ulteriormente mostrando non solo quanto Dylan sia vivo – presente – ma quanto del suo potenziale, anche dopo 6 lustri, sia ancora terreno vergine da esplorare.

Il nuovo albo diventa così manifesto di una rinnovata comunione tra creatura, creatore, curatore e lettore in cui ciascuno, a modo suo, ritrova il suo Dylan Dog.

Un albo da comprare - uscirà il 29 settembre – e divorare immediatamente per poi ritrovarlo a Lucca arricchito del talento di Zerocalcare – già autore della locandina dei 50 anni di Lucca Comics - a cui toccherà la tradizionale copertina dylaniata Lucchese.

Un albo che, senza chiudere un ciclo, riparte dalle origini stesse del personaggio che a fine ottobre rivedrà alla scrittura Tiziano Sclavi, che dopo un lungo silenzio sabbatico ritrova la sua creatura rinnovata eppure ancora uguale a se stessa.

Un figlio del suo tempo, il 2016, così come lo aveva concepito nel 1986.

di Francesco Cascione

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