Concerti Magazine Lunedì 7 aprile 2003

Oltre il livello di rombo

Subsonica parte prima.
Da Ricordi, in mezzo a donzellette chioccianti, mi destreggio tra schiocchi sonori di baci, spinta da immane feticismo: con il book del loro primo cd in mano, mi presento sorridente per gli autografi. Grande gaffe: a “Subsonica” non aveva lavorato il bassista Vicio, ai tempi faceva ancora parte del gruppo Pierfunk. Il pelatone baffuto ha glissato con un sorriso. Io pure.
Niente showcase, niente battute col pubblico. Solo baci, foto e firme colorate su magliette, bandiere della pace, promo di discoteche.
I cinque si allontanano leggeri tra la gente, alla spicciolata, con qualche pulzella a pochi metri di distanza.

Subsonica parte seconda.
Propongo una petizione: no ai concerti al Palasport. Si sa da sempre che l’acustica, sotto quel tendone, è pessima. Nonostante ciò, si persevera nell’errore.
Già durante l’esibizione della band di supporto, i validissimi Manbassa, inizio a patire, presagendo la babele acustica di Boosta e soci.
Conoscendo la cura che riversano nella preparazione dell’estetica del suono, capisco benissimo l’uscita di Samuel, dopo qualche brano: “I Subsonica non sono abituati a suonare in un posto così grande. Ma non ce n’erano altri, capaci di contenerCI!”.
Nel suo candore, ha toccato un altro tasto dolente. A Genova non ci sono spazi adeguati per la musica dal vivo. I teatri possono ospitare gli artisti più “intimi” (vedi le recenti esibizioni di Fossati e del Liga unplugged al Carlo Felice, di Bersani al Genovese, il prossimo venturo Niccolò Fabi alla Tosse), Marassi i nomi più grossi. Ma per chi affronta generi musicali differenti e- soprattutto- ha al suo seguito un pubblico che mal sopporta la sofferenza imposta da una poltrona imbottita, la città offre il deserto. Da quando il glorioso BoaGoa ha chiuso i battenti, nessun locale -magari di dimensioni maggiori- sembra volerne raccogliere l’eredità, purtroppo.
Pessimismo e fastidio.
Ad ogni modo, l’impegno- fisico ed emotivo- dei cinque ragazzi torinesi non è mancato. Sull’onda del greatest hits “Controllo del livello di rombo”, hanno punteggiato la notte genovese con alcune perle della loro produzione. L’inedito “L’errore” ha preparato il pubblico, scaldato per un’ora buona dai pezzi più tirati (“Albascura, “Il cielo su Torino”, “Disco labirinto”, “Onde quadre”), e dopo una ventina di minuti era già impossibile respirare, sperare di rimanere fermi ed incolumi era da delirio.
Una specie di grande discoteca, sudori, umori e fumi mischiati tra loro, per formare una pellicola densa sulla pelle, negli occhi, tra i capelli. I ritmi creati da Boosta e Vicio arrivavano nitidi dal palco, nonostante i problemi acustici; la voce di Samuel- invece- si alzava intermittente, confusa, sulle rullate del Ninja. Un ottimo apparato luci scandiva i tempi sincopati della musica, i movimenti sulla scena. Tre schermi sul fondo illustravano con colori e immagini le parole e i suoni. Dopo la pausa, toni più intensi, più seri. Denunce politiche e sociali, soprattutto. Sia nelle immagini proiettate ad hoc alle loro spalle, che nelle parole di C-Max, il saggio. E’ allora la volta di “Preso blu”, “Gente tranquilla”, “Sole silenzioso”.
Meno disco, più emotività, nella seconda ora di show. Con picchi su “Strade” e con la trionfale “Tutti i miei sbagli”, epica, davvero.
Alla fine, il muro umano infranto dalle note dei Subsonica si è disperso, fradicio e sorridente, nella notte umida, carica di imminente pioggia. Ottima atmosfera, nebbiosa come quella della “loro” Torino.

Subsonica parte terza.
Chiedete notizie a chi ha avuto il fisico per reggere l’aftershow a Le Stanze del Vescovo, in via XII Ottobre… Io passo.

Teardrop

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